Published On: Mer, Apr 24th, 2013

Napolitano: il curatore fallimentare del Pd

La riconferma di un ex comunista al Colle ha sancito la fine del centrosinistra?

Focus - Apertura - Bersani

Il Cavaliere ride, attorniato dai suoi sodali, ed è pronto a cantare l’inno d’Italia, seguito a ruota dai deputati Pdl, anch’essi radiosi e felici. Dall’altra parte, Bersani è scuro in volto, si copre il viso con la mano, lasciando percepire che la tragedia appena andata in scena, per il Pd, avrà un finale ancora più amaro: da chiudere gli occhi per non vedere, da tenere il capo basso per non ricordare.

Giorgio Napolitano, “re Giorgio”, rieletto con 738 voti al sesto scrutinio ha decretato l’ormai totale dissoluzione del Partito Democratico e di tutte quelle sottili alleanze che lo avevano portato, a fine febbraio, a presentarsi come quasi in grado di formare un nuovo governo. Quasi.

L’elezione del Capo dello Stato è diventata per il Pd una triste ascesa al Golgota, scandita da passaggi quasi biblici, tra accoltellamenti, tradimenti, crolli, emozioni sfociate in pianti, fino al triste epilogo anticipato dalla “crocifissione” del venerdì.

È quasi sera quando il 19 aprile viene eliminato Romano Prodi, il fondatore dell’Ulivo, tradito senza ritegno da 101 franchi tiratori dopo essere stato acclamato come salvatore del partito e di un centrosinistra allo sbando. Chiodo dopo chiodo, vecchi rancori, vendette personali e politiche, sono stati come colpi di martello duri e sordi ad ogni richiamo di responsabilità ed hanno esposto al pubblico ludibrio le spoglie di un partito agonizzante.

Il sabato poi c’è stato il crollo di un intero sistema.

La rielezione di Napolitano, spuntata come un’ombra già nelle prime ore del mattino, ha visto l’accordo di Pd e Pdl nel tornare al passato dopo una corsa durata più di vent’anni. L’immobilismo, la paura del cambiamento, la paura di intraprendere una nuova strada ha obbligato la “vecchia politica” a correre per rimanere ferma, a sbrigarsi per poi aspettare la fine. 738 voti hanno marchiato a fuoco il senso di impotenza, di una coalizione di maggioranza, nel formare un governo e tanto più nello scegliere un  presidente.

Così stavano da una parte loro, i parlamentari, asserragliati a Montecitorio, chiusi in conclave per l’elezione di qualcuno che li mettesse d’accordo, dall’altra parte i cittadini, all’assalto delle mura ormai sgretolate di un sistema che in molti vorrebbero vedere costruito sul presidenzialismo. Le voci, le bandiere, le mani di un popolo che vede attonito la fine della “Passione” e un anziano re che è costretto a tornare sul proprio trono: uno scenario biblico. Napolitano dal canto suo, torna commosso, stanco, vittima dei giochi di potere, ma sempre pieno di amore per la “sua” Italia, nelle mani di un Parlamento basato “sull’inconcludenza”, lui: “punto di arrivo di una lunga serie di omissioni e di guasti, di chiusure e di irresponsabilità”.

Napolitano ha deciso di restare per colmare il vuoto, il nulla, lo zero con cui si sono conclusi venti anni di politica. Marini era il simbolo dell’inciucio tra Pd e Pdl ed è stato bruciato per primo, Rodotà è stato il tentativo di Grillo di tendere una mano al Pd ed è stato rifiutato, Prodi è stato l’esempio di come il Pd abbia scelto un doloroso suicidio assistito lasciando orfani di se stesso “soldati in missione” come Giuseppe Civati o Laura Puppato, colei che ha fatto da tramite tra Bersani e il candidato dei 5 Stelle (e di Vendola), dato che nessuno voleva farlo.

Il problema, come raccontato vivacemente da Michele Serra, è stato che nella “sinistra parecchie persone odiano la sinistra” e forse odiano anche il futuro, appigliandosi su posizioni barocche di una dirigenza dimissionaria che ha fallito in tutto quello che ha fatto negli ultimi anni. Le dimissioni di Bersani, di Rosy Bindi, le occupazioni delle sedi del partito da parte dei giovani, sono la dimostrazione lampante che a mancare è stato il rinnovamento e lo spazio alla scelta, ai consigli, alle speranze delle nuove generazioni. Per un Bernazzoli che perde a Parma c’è stato un Bersani che ha perso a Roma e un partito che ha perso davanti agli occhi di tutta l’Italia. O forse bisognerebbe dire “non vinto”?

La politica italiana ha dimostrato di aver perso il contatto con l’opinione pubblica nel momento in cui Beppe Grillo ha preso in mano la situazione e quando sabato ha gridato al golpe. Franceschini assediato mentre mangia un piatto di pasta in una trattoria romana è l’esempio esasperato della fine di una base di consensi popolari, ma è anche la conferma di come la politica, quella buona, debba tornare a riaffermarsi, per essere di nuovo “vera” e “condivisa” all’interno del Parlamento.

“Attorno a Bersani si è creato un bell’ambientino”, sorride malinconica la moglie del segretario uscente, sapendo che, come sempre all’insegna del bipolarismo – mentale -, tutti hanno fatto in modo che il Pd morisse e ora tutti vogliono fare in modo che il Pd viva. Barca e Civati da una parte, Renzi dall’altra, poi Fioroni, Orfini, Fassina, ecc. tutti divisi e tutti uniti. Proprio un bell’ambientino, mentre Silvio, ride, ride e ride.

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