di SAMANTA REVERBERI –

Ruby Rubacuori

Una tragedia. Una misticanza di passioni, dolori, ingiustizie e menzogne, dove non mancano nemmeno i rancori. No, non si tratta di una recensione a un dramma di Shakespeare: è la martellante questione di Stato del caso Ruby a farsi sentire puntuale come le campane della domenica. Come a dire che al peggio non c’è mai fine.

A proposito di campane, quelle di Pasqua hanno suonato forte sulle tempie di Karima El Mahroug, ex danzatrice del ventre finita sulla bocca di tutti col nome di “Ruby Rubacuori” (e non solo cuori, visti i precedenti). All’ennesimo abuso verbale delle sue esperienze per etichettarla “quella che non è in realtà”, la giovane marocchina non ci ha visto più. Perciò, sprezzante e coraggiosa, impavida come chi ha un’intoccabile reputazione da difendere, Karima chiama a raccolta il coro degli inquisitori davanti al Tribunale di Milano, quelle voci tonanti della stampa che l’hanno condannata a negare in loop che lei non è una prostituta, perché nessuno la vuole ascoltare, anche se -ammette- qualche bugia l’ha detta. Eh dai, chi non l’ha mai fatto? In fondo, spacciarsi per la nipote di Mubarak è una bravata da ragazzi (minorenni, in tal caso).

Comunque, l’ha detto e l’ha fatto: Ruby brandisce un discorsetto stampato come Giovanna d’Arco avrebbe brandito la spada, e lo esibisce ai flash dei giornalisti presenti alla conferenza stampa da lei stessa indetta. Col suo braccio destro, il cartello, cui il contenuto riporta “voglio difendermi dalle bugie e dai pregiudizi”, si lancia all’attacco dichiarativo interpretando un copione ben pensato e mal recitato. In generale, sembrerebbe che la sintassi del discorso non le appartenga, ma tralasciamo i dettagli (anche se la curiosità di conoscere lo scriba del testo rimane, e sfatarla potrebbe rivelarsi utile).

Karima, il trucco più leggero del solito, la voce spezzata dai prepotenti e cadenzati singhiozzi, testimoni di un’infanzia difficile di cui si vergogna, seguita da un’adolescenza ancora peggiore: “A 17 anni non sapevo neanche cosa fosse un pm”. Ecco. A nessuno importa di lei, di Ruby, che è l’unica ad avere la verità in mano, l’unica possibile, e nessuno gliela chiede. Sì, ma non facciamo la punta agli aghi, se il dicembre scorso le hanno chiesto di presentarsi per testimoniare ed era in vacanza in Messico non è mica colpa sua, suvvia.

La giovane prosegue la protesta, affermando che non è una prostituta ma una bugiarda, e che ha giocato di fantasia grazie al vecchio passaporto che glielo ha permesso, da cui ha estrapolato la parentela inventata di cui sopra. La guerra contro Berlusconi le ha provocato inestimabili sofferenze, essendo stata involontariamente coinvolta nello scandalo, lei, che con Silvio non c’è mai stata e che ha subìto torture psicologiche. Eppure lei lo chiamava Papi, e se “Noemi era la pupilla lei era il culo” (per citare una telefonata intercettata con l’amico Passaro). Non bastano, poi, le foto apparse su Facebook che la immortalano in atteggiamenti sessuali durante feste al latex quando ancora non aveva l’età, e nemmeno la testimonianza di Ermes Cafaro, il primo poliziotto che intervenne quel 27 maggio 2010, data in cui Ruby avrebbe ammesso all’agente che ai suoi documenti ci avrebbe pensato il Cav, e che avrebbe ricevuto avances sessuali ai festini di palazzo, per poi ricevere una busta con tanti mila euro. Poi l’idillio con Silvio è terminato con la denuncia di Michelle Conceicao da parte di Karima. Alla Minetti ha detto “si è data la patente di puttana da sola”: non era contento. Comunque, finita la declamazione in cui ostenta le accuse di danneggiamento alla sua persona da parte di magistrati e stampa, la giovane marocchina dà buca ai giornalisti e se ne va.

Poi, sciolgono le Olgettine: Ruby diventa subito hashtag su Twitter e gente del calibro di Barbara Guerra e Ioana Visan garriscono insulti contro la rovina vite, arroganti come quando in discoteca rovesciano loro un po’ di sex on the beach sulle scarpe gioiello. Quando si dice “un bordello”.

Il caso Ruby non finirà di certo qui, l’esperienza ci insegna che non siamo manco a metà. Che Karima sia una prostituta o meno sono i fatti a dirlo, poco conta se nella rubrica telefonica di Michelle era accompagnata da un appellativo poco elegante. In generale, chissà chi moralmente è più imputabile, se qualcuno che sfrutta le circostanze, anche col proprio corpo, o chi permette che tali circostanze illecite esistano di prassi come abitudine.

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