Published On: Mer, Apr 10th, 2013

Spip: il doppio fallimento

Addio alla società e alla strategia dell’assessore Capelli

Spip fallimento

L’accanimento terapeutico su Spip non è servito. Sono passati quasi due anni da quando si decise di mettere in liquidazione la società, ma il concordato preventivo non era destinato a diventare la panacea di una società ammalata di debiti, schiacciata da un passivo di 116 milioni di euro che la scorsa settimana l’hanno trovata agonizzante sul proprio capezzale e l’hanno vista morire.

Roberto Piscopo, Pietro Rogato e Nicola Sinisi, i giudici del tribunale fallimentare di Parma, hanno staccato la spina ad una delle più discusse partecipate del Comune, respingendo, di fatto, l’ennesima richiesta di concordato avanzata da Stt e vergata di proprio pugno dall’assessore al Bilancio  Gino Capelli. Praticamente le banche non hanno dato la loro garanzia su nuove erogazioni economiche necessarie alla holding parmigiana  per salvare Spip, disattendendo i piani dell’assessore e convincendo il tribunale a negare la boccata d’aria che avrebbe dovuto rimettere in piedi la società per gli insediamenti produttivi.

I giudici hanno argomentato in una ventina di pagine i motivi della loro decisione che ha decretato il fallimento della partecipata ed hanno nominato Roberto Perlini e Antonella Lunini come curatori fallimentari, gli stessi che avevano valutato il piano del concordato.

Da gennaio 2012 Spip ha dovuto presentare due diversi piani intesi a convincere i creditori di poter rimanere in attività, ma nessuno di essi è risultato essere convincente, facendo saltare ogni possibilità di convergenza e la “fattibilità” degli accordi Già nei mesi scorsi i commissari avevano rilevato uno scenario “non particolarmente rassicurante – scrivono i giudici -, circa le effettive possibilità di soddisfacimento dei creditori, in quanto sussistono concreti rischi in ordine alla fattibilità del concordato, considerato l’elevato grado di incertezza dell’avveramento delle condizioni ad oggi non garantite”.

A quanto pare, poi, è stato il no delle banche ad essere determinante. Nel decreto si legge che “non risultano prodotti, gli assensi del ceto bancario più volte richiamati nelle precedenti relazioni, fondamentali e necessari alla attuazione della ipotizzata operazione di scissione in una newco delle aree cosiddette Spip 2 e Spip 3. Tale situazione di fatto induce a ritenere allo stato non sussistenti le condizioni di ammissibilità del piano di concordato”

Nonostante i legali di Spip avessero chiesto di votare l’accordo in un’assemblea dei creditori, il tribunale ha preferito svolgere una funzione di “garante” esprimendo la propria opinione su un piano concordatario giudicato inesistente e difficilmente credibile dato che la sua attuazione sarebbe rimasta in balìa di presupposti e condizioni “sul cui avveramento nessuna prognosi può fondamentalmente formularsi”. Il sindaco avrebbe innegabilmente voluto un finale diverso ed ha ricordato come gli istituti creditizi locali avrebbero avvallato l’ipotesi di ammorbidimento verso il Comune debitore salvo poi venire travolti dall’ondata di no scatenata dalle banche nazionali.

Resta da capire, a questo punto, se il fallimento di Spip rischi di avere risonanze negative sulle altre partecipate del Comune, in primis Stt e Parma Infrastrutture. A tale proposito, Capelli ha ricordato come molti istituti di emissione avessero gli occhi puntati sulla vicenda, aspettando a dare un giudizio sulla credibilità del Comune che a questo punto si trova al centro di una zona sismica. “È un’unica matassa da sbrogliare – ha dichiarato l’assessore -, ma si deve fare un capo alla volta, anche se è verosimile che per entrambe le società si trovi una soluzione in contemporanea”.

Non è facile capire se si tratta di un malcelato ottimismo o di una preoccupazione nascosta, ma i toni di Capelli sono rassicuranti: “Faremo il possibile per portare a compimento le opere in corso da parte delle partecipate Stt, Stu Stazione, Stu Autorithy, ecc. – ha concluso -, non necessariamente coinvolte nel destino della casa madre”.

Oltre il fallimento, però, su Spip pende anche un altro importante macigno, ovvero l’inchiesta della Procura sulle compravendite “allegre”, e gonfiate, degli spazi di Spip 2 e Spip3 che adesso sono ascrivibili nel reato di bancarotta fraudolenta e che andranno a coinvolgere gli amministratori responsabili  del fallimento.

Insomma, il fascicolo sulla bancarotta è destinato ad affiancare sulla scrivania di Laguardia quello già noto sull’abuso di ufficio, peggiorando la sorte di chi ha ridotto in fin di vita Spip e l’ha lasciata al suo triste destino.

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