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di SAMANTA REVERBERI – 1127 non è un numero qualsiasi. Non si tratta di una combinazione di una cassaforte, né di una cifra casuale: 1127 racchiude, una ad una, le vite interrotte a causa del crollo del Rana Plaza di Dacca, in Bangladesh. Ogni elemento di quella cifra, ogni singola realtà, aveva un nome, un’esistenza, e molto probabilmente una famiglia. Era un essere umano, e come anche i sopravvissuti a quella che, senza scrupoli, è da definirsi una tragedia più che evitabile, è stato protagonista delle estreme conseguenze che il consumo della modernità brama.

L’ennesimo sfregio che ha violentato i diritti di migliaia di uomini, colpevoli di trovarsi dove era loro stato intimato di essere, è avvenuto nella città bengalese lo scorso 24 aprile, quando una palazzina di otto piani è crollata inghiottendo tutto ciò che fin le polveri potevano trangugiare. Il Rana Plaza, nel quartiere Savar, ospitava negozi, laboratori tessili e una filiale bancaria, locali come altri ma in quel momento frequentati da migliaia lavoratori che trascorrevano la loro giornata, come d’abitudine, impegnati nelle loro mansioni. Dacca, di nuovo. Sì, perché già lo scorso novembre un rogo aveva distrutto un’altra fabbrica d’abbigliamento, e a 120 erano ammontate le vittime della strage.

Con il susseguirsi dei giorni, il numero dei corpi inermi estratti dalle macerie del Rana Plaza è salito, purtroppo, ininterrotto e indisturbato, come se non ci fosse una fine, la speranza di trovare lavoratori illesi, o pur solo feriti, sempre più debole. Il mattino seguente il crollo, è stata formulata l’ipotesi per la quale i manager incaricati avrebbero ignorato i segnali di un evidente deterioramento dell’edificio, precedentemente evacuato per la formazione di preoccupanti crepe e per la caduta di calcinacci dalla facciata della struttura. Il titolare dello stabile, allora, avrebbe fatto in modo che operai e impiegati tornassero al lavoro, fino a che un boato assordante non ha segnato indissolubilmente il destino di migliaia di persone. Solo due giorni dopo, una folla oceanica ha travolto le strade di Dacca protestando, scontrandosi con la polizia, e danneggiando automezzi in nome dell’accaduto. Tra i manifestanti, molti impiegati nel settore tessile.

Il 27 aprile sono stati arrestati Imtemam Hossain e Alam Miah, i due ingegneri ritenuti responsabili della noncuranza delle condizioni precarie dell’edificio, così come i proprietari della New Weaves Bottom e della New Weaves Style, oltre ad altri negligenti. Massud Reza, architetto bengalese firmatario del progetto strutturale, ha raccontato con angoscia che il proprietario e l’immobiliarista avevano omesso che il palazzo sarebbe stato adibito a delle fabbriche di confezionamento tessili, altrimenti la costruzione sarebbe stata pensata per essere molto più resistente. Il Rana Plaza, quindi, non è stato progettato per ospitare fabbriche d’abbigliamento utili a brand stranieri, né per svilupparsi in otto o più piani, ma in sei soltanto, come ha sottolineato il professore.

Durante questi tragici giorni sono avvenuti anche piccoli miracoli, come un parto tra le macerie, e il ritrovamento di una donna, la diciannovenne Reshma, portata in salvo viva e illesa dopo 17 giorni tra le rovine; tuttavia, ciò non ha fermato le autorità dal chiudere 16 fabbriche di confezionamento tessile giudicate a rischio a Dacca e a Chittagong, né ha distolto l’attenzione dalla realtà economica di fondo, per la quale il tessile rappresenta l’80% delle esportazioni bengalesi. Il dipartimento di Stato Usa ha infatti ammesso rifornimenti dalle industrie in questione, mentre l’italiana Benetton ha negato contro ogni accusa. La britannica Primark e la canadese Loblaw hanno invece annunciato i risarcimenti.

La questione si ingarbuglia sempre attorno al solito nodo. I diritti dei lavoratori, calpestati in diverse parti del mondo, sono spesso svincolati da qualsiasi legislazione o, quand’anche essa esista, non viene rispettata alcuna tutela, in primis, delle condizioni umane. Manodopera a basso costo, precarietà, sfruttamento di impiegati e operai nel nome del Dio Denaro che, nella sua logica perversa di perpetuazione dell’economia moderna, obbliga milioni di persone ad accettare lo sfruttamento stesso, e fa più vittime che eroi nel nostro presente globalizzato.  La verità è che le colpe non soffocano nella polvere di un crollo. Ognuno di noi, in simili tragedie, aggiunge il suo grammo di colossale responsabilità.

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