Published On: Mer, Mag 22nd, 2013

Donne e politica, la paura dello “spettro rosa”

foto

di SAMANTA REVERBERI – Forse stanno male in doppio petto. Forse le toilettes femminili non erano state previste e necessitano di ristrutturazione. Fatto sta che le donne in Parlamento proprio non ci stanno. O meglio, ci stanno ma, eccezioni a parte, la loro labile presenza è sentita tanto quanto quella della maniglia di una porta a soffietto.

Eppure il 2013 segna l’avvicinarsi ai 70 anni di vita della nostra Repubblica, un sistema in età pensionabile che accumula cimeli d’altri tempi come l’allontanamento femminile dalle cariche pubbliche. Direte “Non è una novità”. Appunto. Il “non si sa mai che cambi qualcosa” è lo streptococco d’Italia. Perché la politica non è donna? Dove sono le donne dirigenti? Pare esserci timore di uno “spettro rosa” che possa rovinare tutto.

Su 135 Paesi monitorati dal Global Gender Report Gap, l’Italia occupa l’80° posto in discesa circa le differenze di genere riguardo i guadagni e l’accesso alle cariche economico-pubbliche. Scettici? Prendente il discorso del ripescato Presidente Napolitano che, durante la Giornata Internazionale della Donna, ha affermato: “L’uguaglianza tra i sessi è un indicatore del livello di civiltà di un Paese e anche se molti passi sono stati fatti in Italia la strada da fare è ancora lunga”. Lo storico Giorgio, infatti, ha dilatato quella strada, mancando, ad esempio, nella nomina di almeno una signorina alla precedente commissione temporanea dei saggi; e, ancora, non s’ignorino le naufraghe delle precedenti elezioni, come un’intraprendente Meloni, una veterana Bonino, ovvero una Bindi, una Finocchiaro. Déjà-vu.

“Ci sono troie in Parlamento che farebbero di tutto, potrebbero aprire un casinò”: queste le parole dell’ex assessore al turismo siciliano Franco Battiato, che il marzo scorso ha così apostrofato da Bruxelles taluni deputati confessando, in seguito, di essersi riferito ad appartenenti di qualsiasi sesso. Lo scandalo, ha sollevato l’artista dall’incarico, generando quel rancore soffocato nel caso delle regolari offese di altri onorevoli, evidentemente stagnanti nell’alveo del politically correct; e la Boldrini, indignata ieri come oggi, non deve rompere in quel Paese in cui le strade e le piazze sono dedicate a figure storico-politiche esclusivamente maschili.

La politica d’Italia, non è glabra di esempi femminili; se Nilde Iotti, prima donna alla presidenza della Camera, o Tina Anselmi, prima titolare di un dicastero, non sono comparabili alla Thatcher, a San Suu Kyi oppure a Hillary Clinton, sono comunque parte stimabile del nostro patrimonio. Tuttavia, è impossibile intendere le pari opportunità come principio giuridico se l’ordinamento stesso che lo declama, lo gambizza con la propria non-cultura, espressa anche a livello televisivo e mediatico in generale. Non calcolando il primo voto politico (possibile solo nel 1946), e l’infruttuoso contentino delle quote rosa, si ragioni sui reali meriti delle donne che, per natura e eccezioni a parte, sarebbero meno corruttibili e si preoccuperebbero maggiormente della continuità, lottando per difendere e non per offendere.

Gli psicologi parlano, a proposito, di “sindrome di Cenerentola”, per cui le signore preferirebbero proteggersi mandando avanti i maschietti, evitando i giochi di potere come conseguenza dell’intendere la politica come servizio pubblico. Va da sé che, senza doverne spiegare i moventi, una simile condotta non è di moda. Anzi, mai stata una moda (troppo pericoloso per l’immobilismo?).

Tuttavia, lo stigma peggiore se lo tatuano le donne stesse: perpetuare lotte ai sostantivi come “deputata è meglio”, ovvero “stop agli insulti sessisti”, certamente battaglie imprescindibili vista l’imperante misoginia del nostro sistema, rischia di sminuire la questione. Sottolineare che il gentil sesso chiama delicatezza, alimenterebbe – ahinoi – un divario sentito in termini di abilità femminile alla gestione pubblica. Un’ulteriore cicatrice, poi, se la realtà si accompagna ad un effettivo mercimonio di qualche caso, unito a una vera inattitudine politica che, purtroppo, spalancano le porte di Montecitorio alle più.

Le differenze di genere esistono (e devono esistere) come conseguenza del destino umano, ma sono giudicate come generatrici di mancanze, mai di qualità, e sono sminuite a requisito di meritocrazia o capacità di un individuo. Questo è il vero insulto, il più grave, così tanto da oltraggiare sia le donne che l’umanità intera, perché offende il futuro di tutti noi.

Info sull'Autore

Lascia un commento

XHTML: Puoi usare questi html tags: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <s> <strike> <strong>

Video Zerosette