Published On: Ven, Mag 24th, 2013

Ferilli: “Non ho mai confuso il culo col cervello”

‘’Macché Fiano, questo lo dicono i giornali. Io sono nata a Roma. A Fiano sono cresciuta, per fortuna, che fa bene passar l’infanzia in un paesino. Ma a Roma son tornata che avevo appena 19 anni e una monocamera in via della Palomba. Più romana de’ me». “Romana de Roma” Sabrina Ferilli che nera, potente e severa coma la Lupa scruta Servillo senza sconti nella “Grande Bellezza”.

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Mamma Roma della nostra epoca disfatta, assoldata subito da un Paolo Sorrentino che aveva in mente una protagonista «maggiorata di altri tempi ma inserita nella vita di oggi. Donna apparentemente solare e divertita che però negli occhi porta amarezza e dolore per quello che ha vissuto». Due o tre righe di sceneggiatura appena. Arrivate fra le mani di Sabrina, lei ne fa il volto e il corpo di una città carnale e malinconica, eterna maggiorata… apparentemente solare… segnata da un esagerato vissuto.

ferilli_sabrina_max_004_tnBarocca, insomma. E tutti a dire: «E’ proprio brava qui, la Ferilli!», quasi fosse una scoperta. Come capita sempre quando un attore molto popolare sbarca nel cinema autoriale e persino sale la “montée des marches” a Cannes. Ma in questo caso si dimenticano la Luigia del “Diario di un vizio” di Ferreri, la Mirella della “Bella vita” di Virzì, la Nora del pirandelliano “Tu ridi” dei Taviani. Rapporto complesso quello fra Sabrina e il nostro cinema d’autore.

Colpa del successo in tv, del record di calendari venduti (oltre un milione nel 2000 quello sexy allegato a “Max”), delle fiction, degli spot, dei “beato chi se lo fa il sofà”, dell’indipendenza, del disincanto, della provocazione. Colpa dell’esser diventata il sogno erotico degli italiani e insieme la sexy star della sinistra, figlia del partito e della As Roma. Colpa poi di quell’antico spirito ironico e dissacrante che non conosce strategia. Colpa di Roma, insomma.

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Dunque cominciamo da Roma. La città della Ferilli somiglia a quella di Sorrentino?

«La Roma di Sorrentino la riconosco. E’ un affresco straordinario della grandezza architettonica e monumentale di una grande città contrapposta alle poche virtù di chi la abita. E io cammino lì, accanto ad altri interpreti in un film corale dove l’unica protagonista vera è Roma. Monumentale e abitata da tanta mediocrità. Come tutto il nostro Paese».

Più che cinematografica sembra una lettura esistenzial-politica, la sua.

«Secondo lei c’è ancora la politica? Ho sempre in mente una vignetta di Altan dove un omino guarda il cielo e dice: “Dio mio, cosa ho fatto per nascere comunista?”. Mi fa tanto ridere perché è davvero una croce che ci è cascata addosso e logora tutto l’elettorato di sinistra. Sempre in conflittualità, incapaci di gestire il presente, di vivere in un modo più leggero. Ora più che mai.

Almeno prima c’era il partito comunista che ci dava certezze. Era il partito popolare della coerenza e dell’onestà. Anche se l’onestà nonostante i tempi il Pd continua ad averla. Ma manca tutto il resto. La coerenza non ne parliamo e il popolo non si sa più cos’è e dov’è. Un tempo il Pci era la voce degli oppressi, degli operai, dei diversi. Aveva un suo perché. Votavi per i loro diritti. Adesso è vero che l’Italia è cambiata, che non c’è più un profilo agrario e operaio, ma non c’è neanche un altro mondo a cui la sinistra sappia parlare. O meglio, non si sa più che cos’è la sinistra».

Capito. Lei non sopporta la cosiddetta “sinistra in cachemire”?

«Per carità, non direi mai questa idiozia. Ma che è ‘sto cliché? Chi se ne frega di quanto spende D’Alema per un paio di scarpe! Io ho bisogno di politici che risolvano i conflitti sociali. Voglio una sinistra che sia dalla parte delle vittime, dei deboli, dei disagiati. E se lo fa, poi, delle scarpe che m’importa? Per non parlar del fatto che la sinistra nasce laica. Che si presume non ci creda nell’Aldilà. Che abbia una visione terrena della vita. Allora, se quello che uno guadagna onestamente se lo vuole godere in questo mondo, coperto da decine di golf in cachemire, a noi che ce importa? Il problema è altrove».

Lei di certo non ha mai nascosto le sue posizioni politiche, ma nonostante questo il cinema d’autore di sinistra non l’ha mai molto amata. Si è chiesta perché?

«Io sono sicura di essere di sinistra e di essere una star popolare che alla maggior parte dell’intellighenzia non piace. Molti miei colleghi cosiddetti “impegnati” magari son disposti a fare campagna elettorale e andare in fabbrica, ma nei centri commerciali con le commesse e i ragazzotti di periferia state sicuri che non ci vanno. E’ anche così che abbiamo perso popolo e elettori. Sotto questo aspetto Berlusconi docet. Perché lui le star popolari televisive, le usa eccome. Mentre io sto ancora aspettando che qualcuno mi dica perché i dirigenti Pd hanno cancellato le feste dell’Unità. Alcuni poi mi rimproverano di fare televisione e pubblicità.

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Ma io sono un’attrice. E’ un mestiere pubblico. Perché dovrei fare una cosa che nessuno vede e pensare che per questo son la più figa del mondo. Se mi capita, avverto tutti che la famiglia mia è autorizzata a ricoverarmi in ospedale il giorno dopo. Sono punita in quanto faccio audience? E allora perché Clooney è una star pure se fa smorfie per il caffè, Dustin Hoffmann se pubblicizza la Regione Umbria, De Niro che si illumina per Beghelli, Kevin Costner saltella con le scarpe comode e persino Banderas che impasta biscotti parlando con una gallina. Tutti perdonati. Ma lo vede quanto siamo provinciali!».

Quindi non si è pentita per il sofà

«Assolutamente no. Il lavoro è sempre nobilitante. E poi non ho come parametro il giudizio di un’intellighenzia fighetta. Quando ho cominciato a far tv con “Commesse” mi presero per pazza. E in fondo l’ho pagata quella scelta con un certo tipo di cinema, chiamiamolo d’essai. In cambio, il rapporto che ti regala il pubblico è straordinario. Io non ci credo che se fai un film che fa piangere è serie A, se ne fai uno che fa ridere è serie B e se fai televisione è serie D. Sono una donna libera».

Comunque in campagna elettorale la Ferilli funziona. E lì la cercano, vero?

«Mica tanto. Ormai siamo un partito che ha rinunciato alla piazza. Si è visto nelle ultime elezioni: come fa un partito di massa a chiudere la campagna in un teatro abbandonando San Giovanni? Guardo con tanta simpatia questi ragazzi di Occupy Pd, speriamo in loro».

E invece cos’è per lei il cinema di sinistra?

«Ne parlavo pochi giorni fa con mio padre. Dicevamo di Rosi, Monicelli, Scola. Di quando vedevi “I compagni” di Monicelli o “Cristo si è fermato a Eboli” di Rosi e capivi davvero che cosa era il Pci. Quei film te lo spiegavano. Oggi coi film di area Pd che si capisce? Film leggeri un po’ confusi, rosa non rossi. Raccontini con un po’ di impegno. Ma è tutta docufiction, non è la Storia maiuscola come quei vecchi film Pci. Questi so’ acqua e menta…».

E’ questa la malattia del nostro cinema?

«No. So’ gli italiani di oggi. Un tempo c’erano eroi civili, personaggi a tutto tondo, conflitti e contrasti di idee. Ma oggi? Ci provi lei a raccontare l’Italia d’oggi e poi a riempirci i cinema…».

E Sorrentino dove lo mettiamo?

«Paolo è un’altra cosa, un artista. Ma sa dare importanza alle radici. In una prima versione del film si vedeva mia madre una donna contadina. E’ un dettaglio che mi dà l’impronta. La scena è stata tagliata, ma l’impronta nel mio personaggio è rimasta».

La Mamma Roma del XXI secolo. Pesa il confronto con Anna Magnani?

«E’ sempre stata un punto di riferimento d’obbligo per me. Un riferimento interiore, intendo. Sento e cerco profondamente lo struggimento, l’emotività, l’inconsolabilità di spirito che lei univa all’innamoramento della vita. E poi la schiettezza, la concretezza tutta romana. Questo ritrovo nella grande lezione della Magnani».

Anna Magnani però non era un sex symbol. Vantaggio o svantaggio essere belli?

«Nel mestiere solo un vantaggio. La bellezza aiuta. Basta non crederci troppo. Non darle importanza. Usarla per quel che è. Giocare col corpo».

Fino a fare uno spogliarello per festeggiare lo scudetto della Roma?

«Ma sì. La goliardia è divertente. E in questo sono maschia. Non ho mai usato il corpo per arrivismo, non ho mai confuso il culo col cervello. Non ho mai pensato che il primo potesse avere più valore del secondo. Rivendico la mia autonomia, la mia fisicità».

Femminista eh?

«Macché. L’immagine della donna del Pci è stata il mio modello! La donna muscolare, lavoratrice e in questo pari all’uomo. Un diritto guadagnato col sudore e con la libertà di mente e di azione. Questa è una buona risposta al degrado. Io detesto le ideologie, femminismo compreso, ma amo gli ideali. Ci sono cresciuta dentro».

Fonte: L’Espresso

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