Published On: Lun, Mag 6th, 2013

Giovani e lavoro: l’istigazione al suicidio

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di SALVO TARANTO – “Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa” recita l’articolo 36 della nostra Costituzione. In Italia vivono circa 12 milioni di persone per le quali principi come questi rimangono lettera morta. Stiamo ovviamente parlando dei giovani under 35, la carne da cannone dell’economia nazionale, il popolo dei ricattabili. Gli schiavi. Il termine potrebbe apparire eccessivo ma, purtroppo, non lo è: se si priva un cittadino della possibilità di vivere del proprio lavoro, fino addirittura ad obbligarlo a lavorare gratuitamente, quel cittadino non è libero.

Essere giovani significa guadagnare meno o non guadagnare affatto, come se l’essere nati in un decennio “sfortunato” rappresentasse una colpa. Le statistiche affermano che un giovane precario percepisce uno stipendio medio inferiore del 38% rispetto a chi svolge le stesse mansioni con un contratto a tempo indeterminato. Per non parlare dell’esercito di senza diritti che, attraverso stage, praticantati e tirocini lavora soltanto per la gloria. Milioni di persone, dunque, attendono di vincere una lotteria truccata. Perfino i dati allarmanti sulla disoccupazione giovanile non dicono la verità perché, grazie ad un escamotage, escludono coloro che hanno smesso di cercare un impiego o di studiare.

La speranza è un moribondo: al suo capezzale si stringono imprenditori che, a malincuore o sfregandosi le mani, fanno ricorso alla selva di contratti atipici, sindacalisti che hanno perso la capacità di rappresentare il futuro e politici attempati. In 18 dei 27 Stati membri dell’Ue è previsto un salario minimo garantito (9 euro netti all’ora in Francia), in Italia, invece, non ci si indigna se mestieri una volta prestigiosi scivolano verso lo sfruttamento e la beneficenza. Ma al di là di ciò che accade adesso, la noncuranza avvolge anche l’avvenire. I giovani che percepiscono stipendi da fame versano infatti contributi previdenziali che spalancano le porte ad una vecchiaia da poveri. Tuttavia, l’Italia abituata a navigare a vista, a vivere nel provvisorio e nella perenne emergenza, non sembra trovare il tempo per salvarsi.

In compenso, sui palchi dei comizi elettorali e sindacali si pronuncia la parola “giovani” soltanto per sporcare l’aria di banalità, riempiendosi la bocca di cambiamenti inevitabili e, perciò, rinviabili. Eppure basterebbe “poco”: ridurre lo scarto tra quanto il datore di lavoro paga e quanto il lavoratore incassa (cuneo fiscale); riformare il diritto del lavoro cancellando le forme contrattuali che hanno trasformato la flessibilità in servitù; dare attuazione al principio, di per sé scontato, secondo cui ogni lavoro vada retribuito; stabilire una cifra minima al di sotto della quale nessuno possa essere pagato; rivedere il sistema pensionistico; sostenere l’imprenditoria giovanile non limitandosi  a far nascere più facilmente un’azienda ma offrendo reali possibilità di accesso al credito.

Esiste un tema che non ha molto a che fare con il lavoro: l’eutanasia. Non ascoltare il grido di intere generazioni non equivale a legalizzare la “buona morte”, bensì l’istigazione al suicidio: quello, non solo metaforico, di milioni di giovani.

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Displaying 1 Comments
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  1. Articolo 36 ha detto:

    È talmente vero che ne abbiamo fatto una testata giornalistica: http://www.articolo36.it che parla di lavoro a 360° partendo da questo bellissimo articolo della Costituzione. E abbiamo anche noi evidenziato il problema del costo del lavoro: http://www.articolo36.it/articolo/presidente-rosario-de-luca-consulenti-del-lavoro-costo-del-lavoro-componenti-piu-gravose-miope-continuare-a-ignorarlo

    buona lettura!

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