Published On: Lun, Mag 20th, 2013

Infiltrazioni mafiose a Parma: non è mai troppo presto

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di SALVO TARANTO – Fino a non molto tempo fa si pensava che la mafia, anzi, le mafie, fossero fenomeni confinati a determinate realtà territoriali. Questioni legate ad aree del Paese che, a differenza di altre, non disponevano dei necessari anticorpi culturali per liberarsi della zavorra della criminalità organizzata. Oggi sappiamo, invece, che non è affatto così.

Non esistono regioni in grado di respingere, quasi geneticamente, l’offensiva mafiosa. La mafia è un metodo e, in quanto tale, è esportabile ovunque, si diffonde dove risultano migliori le condizioni per attecchire e riprodursi. Per Peppino Impastato, uno dei tanti, troppi, martiri della storia italiana, la mafia era una montagna di merda. Quella montagna, adesso, ha cominciato a crescere, ad innalzarsi anno dopo anno, fino a svettare sugli incantevoli paesaggi delle pianure padane. In un recentissimo passato, gli occhi hanno tentato di nascondere la contaminazione, hanno fatto finta di non vedere. Poi, lentamente, ciò che sembrava lontano è divenuto sempre più vicino, a tal punto che soltanto gli sciocchi e i disonesti hanno ancora la forza di negare l’esistenza di quella montagna.

La mafia è nelle regioni del Nord, in Emilia Romagna, a Parma. La sua presenza può non apparire ingombrante soltanto perché a pochissimi è finora toccata l’incombenza di rimuovere i cadaveri. Ma la mafia non ha bisogno di uccidere, non più, soprattutto quando gli affari vanno a gonfie vele ed il suo olezzo non provoca indignazione e disobbedienza. Si è radicata dove alcuni credevano che i meridionali fossero dei quas-italiani a cui la mafia piaceva, ha nidificato dove si riteneva che non potesse trovare accoglienza: nel frattempo, però, qualcuno ha anestetizzato velocemente l’olfatto e l’impossibile si è trasformato in inevitabile. Non si spara, ci si mette d’accordo, imprenditori e criminali.

Dapprima succede perché conviene ad entrambe le parti: l’azienda risparmia e si ingrandisce, evita complicazioni e sbaraglia la concorrenza; il mafioso promuove la propria credibilità e si afferma nel territorio. Tutti, insieme, fanno soldi. Dopo, però, accade sempre che il gioco si inceppi: l’imprenditore inizia a guadagnare di meno, si chiede per quale ragione altri debbano arricchirsi attraverso il suo lavoro, tenta di allentare quell’abbraccio tramutatosi in morsa, ma è tardi. Si finisce sul lastrico o a fare da prestanomi, ad essere servi in casa propria vivendo nel terrore.

La faccenda, ovviamente, non riguarda soltanto gli imprenditori, ma anche i piccoli commercianti taglieggiati in questa città, persone che non osano ancora denunciare. Non si può pretendere da un cittadino il coraggio se la legalità non viene difesa e promossa dalle istituzioni. Affinché la denuncia non si riveli un sacrificio troppo grande per un singolo individuo, occorre che a denunciare siano tutti. Quelli che sanno, quelli che hanno visto, quelli che amano davvero Parma e la vogliono consegnare libera e pulita ai propri figli.

Diceva Giovanni Falcone che la mafia è un fatto umano e che, come tutti i fatti umani, “ha un inizio e avrà una fine”. Ma si può vincere, aggiungeva, “non pretendendo eroismo da inermi cittadini ma impegnando in questa battaglia tutte le forze migliori delle istituzioni”. Ecco, è ora che quella Parma che piange in silenzio pretenda aiuto cominciando ad aiutarsi da sola, perché le istituzioni siamo anche noi. Non è vero che non sia mai troppo tardi, piuttosto non è mai troppo presto.

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