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La lince ha ritrovato casa nell’Appennino. L’Ispra (Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale) ha appena pubblicato la notizia che l’animale è stato addirittura fotografato a Santa Sofia, un piccolo comune nella zona del forlivese.

L’Ispra scrive che “con tutta probabilità” è frutto di “esemplari rilasciati” dall’uomo “in anni recenti”, poichè – dice – la lince è considerata estinta nell’Italia peninsulare fin dal Seicento ed è inverosimile che sia arrivata fin lì dalle Alpi.

Tuttavia tante autorevoli voci (del Parco d’Abruzzo compreso) hanno sempre sostenuto che l’elusivo felino non è mai completamente sparito negli Appennini centrali e meridionali. Senza contare che procurare e liberare delle linci non è mica tanto facile, oltre ad essere illegale.

Comunque stiano le cose, l’arrivo della lince è una buona notizia non solo per la natura ma anche per chi coltiva la terra e alleva bestiame poiché è un efficiente predatore di ungulati: caprioli, cuccioli di cervo e di cinghiale e simili.

Gli ungulati, privi di nemici naturali, sono in Italia in eterno sovrannumero: donde la crudele “caccia di selezione” e donde, soprattutto, le lamentele dei contadini e degli allevatori, cui rovinanorispettivamente i campi e i pascoli.

I grandi predatori – come il lupo e appunto la lince – sono in grado di riequilibrare la situazione e di riportare alle giuste dimensioni il numero degli ungilati. Basta leggere i miracoli che un esiguo gruppo di lupi ha prodotto in pochi ani nel Parco Nazionale del Gran Paradiso.

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