Published On: Mar, Mag 21st, 2013

L’Istituto Luce non muore mai

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di DANILO COPPE – Accendete la televisione. Sintonizzatevi su un telegiornale qualsiasi in una fascia oraria adeguata. Vedrete che le notizie date sono al 95% le stesse su tutte le reti. Non solo. Anche l’ordine con cui vengono date è il medesimo. In poche parole, a chi vuole informarsi non serve più il telecomando. Una volta potevi dire: “Se non ti piace un canale, cambia”. Si vede che lo hanno fatto in molti, per cui oggi questa operazione non serve più.

L’esperimento lo può fare chiunque, all’ora di pranzo o all’ora di cena; vedrà comunque le stesse notizie, con la stessa durata, alla stessa ora. Significa che i direttori dei TG nazionali principali si telefonano prima di mandare in onda i notiziari e fanno assieme la “scaletta”. Non può essere altrimenti. La coincidenza potrebbe di certo capitare una volta, ma non sistematicamente.

Due numeri fa mi lamentavo su queste pagine della presenza asfissiante della politica nei TG. Rimarcavo il fatto che in un momento in cui, come non mai, i cittadini pretendono fatti e non parole, tre quarti dei notiziari siano dedicati ai leader politici che sciorinano quantità industriali di banalità.

Ovviamente tutti i problemi che affliggono l’Italia hanno un denominatore comune: la mancanza di meritocrazia. E’ morta alla fine degli anni sessanta del secolo scorso. La classe dirigente che oggi è nella stanza dei bottoni è figlia del sei o del diciotto politico. Questo comporta un mutuo soccorso nel mantenere certe posizioni lavorative. Nei posti chiave debbono andarci i discepoli del “sistema”. Destra o sinistra sono d’accordissimo, almeno su questo punto. La dimostrazione ce l’hanno anche palesata dopo le elezioni. Cane e gatto che fino ad un secondo prima si scannavano a vicenda oggi convivono serenamente, pur di tenere lontani gli intrusi come, ad esempio, quelli del Movimento Cinque Stelle. E ricordiamo sempre l’isolamento politico imposto a Renzi, sfidante della partitocrazia giurassica. Quindi, è una prassi ormai certificata che i direttori di rete o dei telegiornali debbono essere nominati partendo dalle “basi” partitiche. Quindi comunque solidali fra loro. Il risultato di questo livellamento ben visibile in questi giorni? Si celebra, su tutti i TG, il fatto che ad un anno di distanza il 30% degli sfollati per il terremoto dell’Emilia abbia una casa. Come se fosse un buon risultato. Non il contrario, col 70% a casa. Si sbandiera il 30!!! Robe da matti. Robe da Istituto Luce. Quindi la “concorrenza vera”, che sarebbe il miglior sistema per migliorare i servizi, è solo una finta. Se non fosse così, come si spiega che quando c’è la Nazionale di calcio che gioca o c’è il festival di S. Remo sugli altri canali c’è il vuoto cosmico? E, come avranno notato tutti, le interruzioni pubblicitarie sono sincronizzate su quasi tutti i canali, sia quelli dotati di canone sia quelli privati? Un accordo che fa comodo a tutti. Tranne ovviamente all’utente. Se ci fossero programmi con contenuti validi la maggior parte della gente non cambierebbe canale durante gli spot pubblicitari. Sono i contenuti del programma che dovrebbe tenere agganciati gli utenti. Non trucchi di basa lega rendendo inutile il cambio di canale.

Le banche fanno gli stessi tassi, le compagnie assicurative fanno quasi le stesse condizioni. Ormai non decidiamo più niente. Neppure con il voto. Figuriamoci con l’Auditel. Quest’ultimo, in più di un’occasione si è dimostrato una mezza farsa, con programmi, campioni di ascolto, su canali inesistenti. La serie di documentari chiamati “La Storia siamo noi” di Giovanni Minoli, uno dei pochi prodotti che rendeva meno pesante pagare il canone Rai, verrà probabilmente chiusa. Ovvio: toglie spazio ad altri programmi, anche se era già confinata ad orari spesso inarrivabili. Questo programma, come pochi altri, è un opera dai contenuti obiettivi e trasversali, quindi fa pensare la gente. L’aiuta a farsi delle idee proprie. In più è difficilmente interrompibile dai “consigli per gli acquisti” o comunque con poco appeal per i pubblicitari. Del resto, non si contano i casi in cui programmi di palese successo sono stati soppressi per far lavorare obbligatoriamente in prima serata rampolli di dinosauri RAI. C’è gente che sembra davvero “unta dal Signore”. Il giornalista che dice sempre cose ovvie e scontate sulla medicina, Onder, è un evergreen. Bisteccone Galeazzi, se non fosse per motivi di salute, probabilmente lascerebbe l’imprinting sugli schermi televisivi; quel tale capellone baffuto, Goria mi pare, nonostante lo scandalo in cui prometteva spazi televisivi alle ochette in cambio di favori sessuali, è ancora al suo posto. Luca Giurato, che ho conosciuto ed è peggio di quello che si vede in trasmissione, non ha certo bisogno di spazi per apparire in rete. L’elenco è infinito. I cittadini-sudditi-utenti non hanno nessun potere. Vai al supermercato e sei condizionato a comprare le cose che decide la catena di grande distribuzione. Infatti a volte trovi tutti i prodotti di una gamma tranne uno. E di quello c’è l’alternativa pronta di un’altra marca. Io, che sono un imbecille, piuttosto che comprare un prodotto alternativo, ovviamente dopo che ho provato l’alternativa esposta, vado a cercare la mia prima scelta altrove. Ma per pigrizia o superficialità spesso ci si accontenta. Ecco, ho trovato la chiusura per questo pezzo amaro. La parola giusta è “accontentarsi”. Ci hanno lavato il cervello e quindi oggi ci siamo abituati ad accontentarci. Facendo la spesa, utilizzando servizi, ascoltando i programmi.

L’Orwell di 1984 non è mai stato sufficientemente elogiato. Era un libero pensatore. Fosse vissuto in Italia sarebbe marcito in carcere. Come è toccato al nostro Guareschi.

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