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di MASSIMILIANO PARENTI – Dal governo appena costituito di Letta all’operato del discusso Pizzarotti, passando per la rielezione di Napolitano e per il futuro economico del nostro paese: di questi ed altri temi abbiamo discusso con Giorgio Pagliari, che a seguito delle elezioni politiche del febbraio 2013 è stato eletto senatore come candidato del Pd, dopo aver ricoperto l’incarico di capogruppo del Partito Democratico in consiglio Comunale. Lo abbiamo intervistato nel suo studio legale di Parma, dove svolge tuttora la professione di avvocato.

Come vede il governo appena formato?

Credo che la definizione migliore l’abbia data Letta: è il governo delle “politiche”, cioè delle cose da fare. Su alcune grandi questioni tematiche ci può e ci deve essere una convergenza. Il punto è che ci deve essere una vera volontà politica in modo che questo governa possa dare le risposte giuste. I primi scenari, tuttavia, pongono l’interrogativo su quale sia la reale posizione del Pdl: si pensi semplicemente alla bufera sull’Imu. Per quanto riguarda Letta, invece, credo si sia mosso decisamente bene. Ha gestito il ruolo con padronanza, ad esempio lo streaming con Grillo, ed è partito subito per l’Europa per incontrare la Merkel: tutto ciò è indirizzo di una visione sicura. Se il buongiorno si vede dal mattino…

Nonostante tutto però il Pd sembra accusare il colpo: le spaccature interne, le dimissioni di Bersani, l’elezione contestata di Napolitano…

Effettivamente c’è stato un momento di vera crisi: la situazione è stata gestita male, c’è stata una perdita di credibilità da parte dell’opinione pubblica, ma può essere anche l’occasione per un momento di crescita. È necessario scegliere la strada del Pd, non quella delle scissioni. Se deve rimanere insieme senza regole, questo sarebbe un rimedio peggiore del male. C’è un modello di partito che ha dimostrato tutti i suoi limiti. Il Pd è nato dalla decisione di culture politiche diverse di gestire insieme la cosa pubblica e quindi dalla capacità di rapportarsi nel rispetto delle differenze. Quindi ora il Pd dovrebbe fare come i padri costituenti, che hanno fatto convergere posizioni diverse su temi necessari per il futuro del paese. Il problema è che nelle vicende di oggi ci sono istanze correntiste e aspiranti leader. Se il Pd rimane l’insieme di scommesse individuali, continuerà a soffrire di incapacità di messaggio. Anche se c’è da dire che il Pd ha pur comunque vinto le elezioni: la sconfitta viene solo a causa del meccanismo elettorale, strumentale e non democratico; basta ricordare che il Porcellum nacque per impedire a Prodi di vincere le elezioni nel 2006.

Pochi però si aspettavano questo exploit del M5S: che idea si è fatta sul Movimento?

Personalmente distinguo sempre tra Grillo e militanti grillini: Grillo è un leader col quale non è possibile nessun confronto, perché ha una visione contraria alla democrazia, a dirla tutta assomiglia alla destra estrema, ha connotati razzistici, ha amicizia con Casa Pound. I militanti invece hanno una visione antitetica a quella di Grillo e questa cosa la si percepisce in Parlamento. Una cosa su tutte: la scelta di non accettare l’alleanza con Bersani è stato un errore molto grave, avrebbe legato mani e piedi a Pd e M5S, l’alleanza avrebbe garantito un cambiamento all’Italia che non c’era mai stato. Solo gli otto punti avrebbero delineato un quadro “rivoluzionario”. Grillo, invece, ha scelto la conservazione totale. È anti politica proprio perché non si assume responsabilità, si tratta invece di protagonismo ideologico, che è il vero male di questo ventennio. Ha creato Berlusconi nel ’94, Bertinotti e Vendola nel ’98 e di Pietro nel 2001, che ha favorito il ritorno di B. rifiutando alleanze con la coalizione di centrosinistra. In sintesi, i migliori alleati di B. sono stati i protagonismi ideologici: questo è semplicemente il turno di Grillo.

Per quanto riguarda il centrodestra, il dato delle elezioni ha comunque sorpreso un po’ tutti: la gente crede ancora in Berlusconi?

Credo che coloro che l’hanno votato credendo ai complotti della magistratura e dei comunisti ormai siano pochi. È evidente, a questo punto, che a molte persone sta bene il la mancanza totale di regole, insomma c’è chi specula sulla disonestà: si pensi ad esempio alla popolarità di cui in Lombardia gode ancora Formigoni: c’è chi a vedere Berlusconi al tappeto avrebbe tutto da perdere.

Uno dei temi fondamentali un po’ snobbati dal dibattito contemporaneo è il futuro dei giovani italiani: parliamoci chiaro, c’è una speranza per loro?

Sono stato professore e sono ben consapevole del dramma che la nuova generazione sta vivendo. Fino a una ventina di anni fa i laureati avevano una prospettiva, ma oggi non è più così: la situazione è oggettivamente complicatissima, metterla a posto è una fatica erculea. Rimane valido il principio che ognuno è artefice  della propria fortuna, ma ammetto che la prospettiva rimane drammatica a dir poco. Durante alcuni viaggi all’estero ho conosciuto alcuni italiani che hanno trovato lavoro, ma è chiaro che questo è sintomo di un problema di fondo nel nostro paese. C’è inoltre un elemento che aggrava la situazione: le condizioni di vita di un giovane in famiglia sono buone, ma quando esce di casa oggi c’è un crollo verticale della sua condizione.

L’anno scorso dicevano che la ripresa sarebbe avvenuta  nel 2013. Quest’anno invece dicono che sarà nel 2014. La verità è che ci sarà bisogno di almeno dieci anni…

Passiamo a Parma: Pizzarotti?

Per valutare il suo operato basta una sola parola: Inceneritore. Mi aspetterei un comportamento coerente per lo meno, invece ha finto di non averlo mai detto. Almeno che sia onesto! La valutazione complessiva è che sta facendo il notaio del debito, questo si traduce nel fare ricadere il debito nella e sulla città. La politica di Pizzarotti – Imu al massimo, Irpef al massimo – sta portando  alla chiusura del Comune. E la sua personale mancanza di confronto con altre fazioni politiche non aiuta di certo.

Quali alternative concrete avrebbe?

Credo ci vorrebbe una politica del debito. Dovrebbe usare l’autorità e l’autorevolezza di un sindaco e chiamare intorno a un tavolo tutti gli attori della città, anche tutti coloro che hanno concorso alla creazione del debito. Il primo ragionamento va fatto con le banche: va rinegoziato il debito, bisogna richiedere un maxi concordato tra imprese e banche e trovare assolutamente le soluzioni per uscirne. Il sindaco non può non vedere la crisi della città. L’aeroporto, il teatro Regio, l’Università… un sindaco deve trovare una possibilità di una scommessa collettiva mettendosi in gioco, in questo momento servirebbero davvero gli Stati Generali. E non è una battuta.

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