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di MASSIMILIANO PARENTI – Mi ero promesso una cosa: scrivere di politica sì, evitando le banalità. Ma su certe cose non si può  tacere, non in questo momento. Più o meno da quando sono nato, un solo nome su tutti viene citato in ogni estratto che parli di governo e di cosa pubblica. Lo stesso nome che, un po’ come la Juventus, o ami o odi: lo stesso nome che fa schierare anche gli ignavi più determinati. Centinaia, ma che dico, migliaia di articoli sono stati dedicati a lui e alle sue celebri vicissitudini e, come ogni personaggio che abbia fatto la storia (nel bene e nel male) mai troppe parole sono state e saranno spese. E va bene, si può dire: il nome in questione è quello del Cavalier Silvio Berlusconi, alias l’ex presidente del consiglio, alias lo status symbol dell’Italia dagli anni Novanta in poi. È un personaggio di cui non amo parlare perché, come dicevo prima, possono solo uscire banalità e ripetizioni. La sua vita viene “narrata” (è pur sempre un cavaliere) e celebrata costantemente da tutti  i telegiornali, la sua epopea giudiziaria è ormai nota a qualsiasi paese civilizzato… ma questa volta non ho resistito, il limite della sopportazione è già stato superato a sufficienza: mi tocca dunque parlare di un uomo di circa ottant’anni e del suo disperato e patetico tentativo di uscire immune da un ulteriore processo. Questa non è una novità, a ben vedere è la sintesi della sua essenza politica. Ma essere costretto ad assistere ad una baraonda di consensi ad ogni suo comizio, con bandiere sventolanti a ritmo di “presidente siamo con te”, a guardare come riesca ad aizzare chiunque contro la magistratura facendo leva sulla più banale forma di vittimismo mista a retorica e propaganda personale non si tramuta in me in rabbia, bensì in desolazione. Quello che è cambiato, rispetto a dieci anni fa, quando il signor B. iniziava ad avere qualche scaramuccia con la giustizia (ne aveva già avute altre, ma queste finirono sui giornali), è proprio il sentimento di disgusto che sostituisce inesorabilmente l’incazzatura. Non è nemmeno più tempo di gridare al farabutto, viene semplicemente voglia di rifugiarsi altrove, di vivere nella speranza utopica di un paese diverso che possa fare a meno di tutto questo. Ad osservare quella platea di ministri che continuano tenere banco con frasi come  “A Milano ci aspettiamo di tutto” (Ghedini), oppure “continui scandali e violenze contro Berlusconi” (Alessandra Mussolini), mentre Gasparri definisce “inaccettabile” la condanna richiesta dalla Boccassini, le parole per esprimersi contro questa fazione politica non esistono più: esisterebbero, ma sono state già dette. L’unica cosa da aggiungere è la certezza che presto tutto questo finirà, un giorno esisterà un mondo nuovo senza Berlusconi, Gasparri e d’Alema.  Non resta che mandare giù gli ultimi bocconi amari: e augurarsi di essere ai titoli di coda. Per l’ennesima volta.

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