Published On: Mar, Giu 18th, 2013

Il caso Tortora, 30 anni dopo

di CRISTINA POMPONI –

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Alla data in cui scrivo, sono passati esattamente 30 anni dallo scoppio del caso Tortora. Era il 17 giugno 1983 quando il celebre conduttore televisivo venne condotto via in manette dai Carabinieri del Nucleo Operativo di Roma. Il momento, immortalato in una di quelle foto che sono diventate uno dei simboli delle vittime degli errori giudiziari.

In un’epoca in cui i processi avvenivano ancora per lo più nelle aule dei Tribunali, e non in televisione, Tortora fu esposto al pubblico ludibrio, dividendo il Paese tra innocentisti e colpevolisti. Ad accusarlo, i pentiti Pasquale Barra e Giovanni Pandico, personaggi di rilievo della “Nuova Camorra Organizzata” (Nco) di Raffaele Cutolo, che lo indicarono come affiliato del clan e coinvolto nello spaccio di stupefacenti. Accuse confermate, mesi dopo, anche da Gianni Melluso, un altro pentito, proprio subito dopo la concessione a Tortora degli arresti domiciliari.

Nonostante l’elezione all’Europarlamento nelle file dei radicali, Tortora non si nascose dietro l’immunità dorata, e chiese al Parlamento europeo di concedere l’ autorizzazione a procedere nei suoi riguardi; autorizzazione che fu in effetti data. Il presentatore di Portobello ribadì fortemente davanti ai giudici di Napoli la sua innocenza, ma ciononostante arrivò la condanna a dieci anni di reclusione per associazione per delinquere di tipo mafioso e traffico di stupefacenti.

E fu solo nel 1986 che la Corte di Appello di Napoli rovesciò il verdetto: Tortora fu assolto con formula piena, ed i pentiti furono giudicati non credibili. Innocenza confermata anche dalla Corte di Cassazione. Ma Tortora morì poco dopo, nel 1988, per un cancro ai polmoni.

Durante gli ultimi anni della sua vita dovette convivere col marchio infamante di “collaboratore della mafia”. Per mio conto, delitti come quelli di stampo mafioso e quelli correlati alla pedofilia sono i più ignobili e denigratori che possano essere compiuti da un essere umano. Esserne ingiustamente accusati davanti all’intero Paese, è uno dei destini più crudeli cui si può andare incontro. Enzo Tortora è stato, ed è tuttora, un uomo simbolo degli errori giudiziari che segnano la morte civile e psicologica di una persona.

Ma di certo non è stato l’unico. Di ingiustizie, e persino più palesi, ne sono piene le pagine di cronaca nera. Anche i Magistrati possono sbagliare. Così come gli investigatori. Siamo esseri umani, d’altro canto, e possiamo anche essere vittima di quel processo mentale che prende il nome di “innamoramento della tesi” e che fa sì che, una volta che ci siamo creati un’idea su un colpevole, procediamo imperterriti in quella direzione, senza seguire altre piste. Senza vedere, coi paraocchi, anche se le prove cambiano e le prime impressioni possono risultare sbagliate.

Eppure lo dicono al giorno uno di un qualsiasi corso di criminalistica: le prime impressioni sono spesso decisive, ma se le prove cambiano, devono necessariamente cambiare anche le nostre idee preconcette. Ma quanti sono, in Italia, gli errori giudiziari? Quante persone hanno scontato, da innocenti, anni e anni di carcere? Quante vite e quante famiglie sono state distrutte? Una statistica ministeriale, e quindi ufficiale, ci dice che tra il 2003 e il 2007 ci sono stati circa ventimila errori giudiziari. Per lo più relativi a casi che passano in sordina, a meno che non siano riconducibili a delitti famosi. Come quello di Yara Gambirasio, la ragazzina di 13 anni del cui omicidio fu accusato il marocchino Fikri, sulla base di un’intercettazione telefonica tradotta scorrettamente.

Solo nel 2011, lo Stato ha pagato 46 milioni di euro per ingiuste detenzioni o errori giudiziari. Ed è solo la punta dell’iceberg, perché posso assicurarvi, sulla base della mia esperienza professionale, che far riaprire un caso evidenziando gli errori abnormi commessi nei primi tre gradi di giudizio è sostanzialmente impossibile.

Altri esempi noti di ingiustamente detenuti? Giuseppe Gulotta, che ha trascorso oltre 21 anni in carcere per l’omicidio di due carabinieri nella caserma di Alcamo Marina (Trapani), nel 1976. Trent’anni dopo, un ex brigadiere che aveva assistito alle torture cui Gulotta era stato sottoposto per indurlo a confessare ha raccontato com’era andata davvero. E dire che nel 1977, fu ucciso anche l’ufficiale che aveva condotto quell’inchiesta con modi tutt’altro che ortodossi, il colonnello Giuseppe Russo: l’indagine sul suo omicidio ha prodotto un altro errore. Per la sua morte, infatti, sono stati condannati tre pastori e, solo vent’anni dopo, si è scoperto che esecutori e mandanti erano stati invece i Corleonesi. Oppure il caso di Daniele Barillà, scambiato nel 1992 per un trafficante internazionale di droga per il semplice fatto che aveva un’auto e una targa molto simili a quelle di un narcotrafficante pedinato dai carabinieri.

Errori giudiziari che costano anche in termini meramente numerici. Perché quello che significano in termini umani non si può assolutamente quantificare. Nel solo triennio 2004-2007 sono stati elargiti 213 milioni di risarcimento. A questo dato va aggiunto il costo che lo Stato deve sostenere per il mantenimento in carcere di un detenuto (235 euro al giorno, la metà se è ai domiciliari). E ovviamente è tutto sulle spalle del contribuente, perché non sia mai che qualcuno paghi per i suoi errori, neppure se palesi e spinti da comprovata mala fede. In quest’ultimo caso, al più si nega un avanzamento automatico di carriera e si trasferisce colui che ha fatto il danno. Ma pagare, in termini morali e materiali, mai.

A pagare semmai è chi, travolto da un tourbillon di eventi più grandi di lui e talvolta casuali, si trova nell’occhio del ciclone, schiacciato da un meccanismo più grande di lui, impossibilitato a difendersi ad armi pari. Insomma, rispetto a 30 anni fa non è cambiato molto. Ci sono ancora tantissimi Tortora nelle nostre sovraffollate carceri. Con buona pace dei tanti che si battono per il trionfo degli ideali, della verità e della giustizia.

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