Published On: Mer, Giu 5th, 2013

Lo capirete solo leggendo

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di DANILO COPPE – “Da circa un paio d’anni sono avvezzo all’uso eccessivo di bevande alcoliche ed ogni volta che ne faccio uso crea in me una confusione mentale che mi porta a compiere atti abnormi (atti osceni nei luoghi dove io mi porto a bordo dell’auto nei confronti di persone di sesso femminile ed in particolare bambine)”.

“…Una prima volta sotto i fumi dell’alcool portatomi sotto il ponte ho avvicinato una bambina che dopo averla afferrata l’ho baciata sulla guancia e, nel contempo estraevo il membro, masturbandomi… […] ricordo ancora che in un’altra circostanza e sempre nelle medesimi condizioni dopo aver raggiunto il sopramenzionato ponte ho tentato ma invano, di adescare altri bambini per soddisfare le mie voglie sessuali…”

Mi scuso coi lettori per aver iniziato con queste dichiarazioni ripugnanti espresse da tal Corrado Enrico detto “maciste” per la sua mole possente. Questo essere immondo era proprietario di una Fiat 500 scura con fanale rotto all’epoca della tragica fine di due bambine di sette e dieci anni a Ponticelli, un rione di Napoli, nell’estate 1983. Barbara Sellini e Nunzia Munizzi subirono le peggiori sevizie e violenze sessuali fino ad essere strette con una corda e bruciate con la benzina. Testimoni attendibili videro proprio quell’individuo e quella automobile il maledetto sabato sera del 2 luglio, quando le due bimbe scomparvero. Ma “mostruosamente”, il suddetto essere immondo non venne perseguito dall’autorità giudiziaria dell’epoca, né la sua fottuta Fiat 500 venne sequestrata e controllata. Nonostante sul soggetto convergessero indizi gravi e concordanti e la sua personalità fosse degna di essere esaminata  approfonditamente, così come i movimenti compiuti dallo stesso nelle settimane antecedenti il duplice delitto, su Corrado Enrico non si procedette ad una indagine a tutto campo; la sua auto finì pressata, con tutta calma, dal rottamaio dove era stata abbandonata. Persino l’alibi che l’uomo aveva fornito agli inquirenti risultò incerto: egli dichiarò di essere tornato a casa alle ore 18.00, mentre la moglie lo contraddisse, spostando l’orario di ritorno del marito tra le 20.30 e le 21.00 di quel sabato 2 luglio 1983. Un altro soggetto “interessante” ai fini dell’indagine, tal Vincenzo Esposito, fu interrogato e rilasciato. Esposito fu indicato da Antonella Mastrillo, una coetanea delle bambine uccise, come frequentatore delle stesse, e fornì un falso alibi per la sera del 2 luglio. La madre di Barbara, Mirella Grotta Sellini, sconvolta per la perdita della figlia, si appellò direttamente al presidente della Repubblica, Sandro Pertini, rivolgendogli un appello affinché fosse fatta giustizia. Dopo qualche giorno, come d’incanto, le indagini si conclusero. Il 4 settembre 1983, in seguito alle dichiarazioni di Carmine Mastrillo (fratello di Antonella), vennero arrestati tre giovani del luogo: Ciro Imperante, Giuseppe La Rocca e Luigi Schiavo. Altri due ragazzi, Aniello Schiavo e Andrea Formisano, vennero accusati di favoreggiamento. Carmine Mastrillo, inizialmente sentito dai carabinieri per sommarie informazioni, aveva riferito di non essere assolutamente a conoscenza dei fatti. In un secondo momento, dopo aver intuito che gli organi inquirenti sospettavano fortemente di Vincenzo Esposito, aveva cambiato completamente la propria versione dei fatti.

Le sue numerose dichiarazioni/ritrattazioni sembravano, di tanto in tanto, adattarsi alle “pressioni esterne” di turno. In principio, di fronte alla Corte d’Assise, Mastrillo tentò di sconfessare quanto da lui precedentemente asserito, ma dinanzi al pericolo di essere imputato per falsa testimonianza tornò alla versione originaria, accusando i tre imputati di essere gli autori dell’atroce delitto. I tre, subito dopo averlo commesso, lo avrebbero avvicinato per confidargli il terribile segreto, intimandogli di non rivelarlo a nessuno. In seguito, dopo un periodo di “riflessione” in cella insieme a un pentito della Camorra, Mastrillo fornì una dettagliata e particolareggiata versione dei fatti: Imperante, La Rocca e Schiavo avrebbero condotto le bambine a bordo della Fiat 500 bianca di La Rocca in una zona molto isolata e avrebbero abusato sessualmente di loro; in un secondo momento, chiedendo aiuto al fratello di Giuseppe La Rocca, Salvatore, sarebbero tornati sul luogo del delitto per cancellare le tracce dell’abominio compiuto, bruciando i cadaveri, accecati dalla paura di essere scoperti.

Effettivamente Salvatore La Rocca confermò, almeno in un primo tempo, la versione di Mastrillo, ritrattando però subito dopo la propria “confessione” e denunciando il clima di grande pressione psicologica al quale venne sottoposto, oltre che le presunte minacce e torture subite affinché avallasse il racconto del supertestimone. Nessuno gli credette. Numerose furono le contraddizioni nel resoconto del teste Mastrillo, e l’inconciliabilità delle lacune create dalla sua deposizione in merito ai segmenti spazio temporali dell’excursus omicidiario. Nonostante queste ed altre mille discrepanze e le accalorate proclamazioni di innocenza dei tre giovani, secondo l’accusa Ciro Imperante, Luigi Schiavo e Giuseppe La Rocca erano i colpevoli e dovevano pagare.

E stanno pagando da allora. Vi lascio immaginare tre ventenni accusati di pedofilia violenta che sorte avranno subito in carcere. Con un reo confesso in circolazione a nulla sono servite le istanze di riapertura del processo. Nemmeno l’ultimo estremo tentativo di un grande cassazionista nei giorni scorsi è servito. Mi domando: che cosa impedisce ad un giudice di ignorare il più che “ragionevole dubbio” sulla colpevolezza? Perché la Cassazione deve diventare una pietra tombale su una vicenda benché questa abbia tanti punti oscuri da chiarire? Che cosa vogliono nascondere i magistrati? Tanto la loro carriera prescinde dagli errori giudiziari di questo genere. Oltretutto i magistrati del 1983 saranno anche nella loro dorata pensione da tempo. Non sarà che lo Stato italiano scoraggia la riapertura dei processi per paura dei risarcimenti milionari che dovrebbe riconoscere agli ingiustamente detenuti? Viene proprio da pensarlo. In ogni caso Barbara e Nunzia attendono ancora una vera giustizia.

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