Published On: Mar, Giu 25th, 2013

Navigando a vista: la Concordia Costa

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di SALVO TARANTO – Gli italiani sono un popolo di grandi navigatori: a vista. Nelle loro vene scorrono le virtù che furono di Colombo e Vespucci, ma anche l’arte del rimando a tempi migliori che puntualmente non arrivano. “Meglio tirare a campare che tirare le cuoia” sosteneva quel Belzebù democristiano di Andreotti, uno che di esecutivi deboli e supportati da maggioranze molto fantasiose ne aveva guidati ben sette. Ecco, l’impressione  odierna è che Letta, versione 2.0 di quel pensiero politico che ha trainato e affossato il Belpaese per cinquant’anni, sia stato costretto a rispolverare gli insegnamenti del divo Giulio pur di non finire subito gambe all’aria.

In Italia ciò che ambisce a diventare durevole è destinato a sgretolarsi in pochi secondi perché è soltanto il transitorio ad avere lunga vita, anche a livello simbolico: siamo infatti un Paese in cui l’inno nazionale, Fratelli d’Italia, venne scelto provvisoriamente da un ministro, nel 1946, per il giuramento delle Forze armate senza mai ottenere, in 67 anni, un riconoscimento ufficiale. Non occorre scomodare lo stupore se il governo Letta ha già assunto le sembianze del trionfo del “vorrei ma non posso”. Non bisogna fingere delusione davanti ad un esecutivo che appare schiavo del proprio immobilismo e di una maggioranza sempre sull’orlo di una crisi di nervi, nella morsa di sospetti e rancori accantonati in attesa della risoluzione elettorale dei conti : una vendetta che, grazie a quel Porcellum che nessuno, per ragioni diverse, vuole cambiare, ci restituirà lo stesso imbarazzante scenario parlamentare affollato da non vincitori costretti ad unirsi per (non)governare. La data di scadenza di questo esecutivo varia da una settimana all’altra e perfino il traguardo dei 18 mesi – all’inizio l’obiettivo minino indicato dal premier – risulta davvero pretenzioso ed arrossisce spontaneamente per la vergogna. È molto probabile che si torni alle urne nella primavera del 2014 quando Renzi avrà finalmente impollinato il Pd e Berlusconi, furioso per il filotto di sentenze di condanna che avrà inanellato, smetterà i panni del grande statista facendo saltare il banco come fece per la Bicamerale dalemiana. E l’Italia andrà di nuovo in pasto al solito copione di  una campagna elettorale, l’ennesima, che ridurrà tutti i problemi degli italiani a slogan e manfrine televisive che dipingeranno  un cambiamento interpretato dagli stessi dinosauri. Volti vecchi e nuovi ammorberanno i muri delle città con manifesti abusivi, inonderanno gli schermi e i giornali di una nazione nella quale la rassegnazione avrà incancrenito la speranza.

Sarà questo valzer ad essere suonato fino al momento in cui le urne si riveleranno più vuote che in precedenza e i partiti si interrogheranno sulle ragioni dell’astensionismo, sulla distanza tra la politica e i cittadini, sulla disaffezione e tutte le stronzate che, come un disco rotto, hanno finora tormentato le orecchie di chi segue la politica. Tutto rimarrà ai margini – problemi e soluzioni – e si tornerà a navigare a vista affidandosi all’esperienza dei veterani del nulla. Tuttavia, tornando al presente, secondo i sindacati  a staccare la spina al governo Letta non saranno ribaltoni, pugnalate alla schiena, calcoli o convenienze del breve periodo, bensì quei disoccupati e cassintegrati che, qualora non si arresti il declino industriale e non si creino nuovi posti di lavoro soprattutto per i giovani, scenderanno in piazza. Per evitare uno scenario simile, ovviamente, ci vorrebbero le risorse. Le stesse che servirebbero a scongiurare l’aumento dell’Iva e i tagli alla sanità e all’istruzione. Fondi che inoltre consentirebbero l’abolizione dell’Imu sulla prima casa, l’abbattimento del cuneo fiscale e la messa in sicurezza del territorio nazionale. Provvedimenti che sembrano però inattuabili non tanto per l’incapacità della compagine di Letta, ma per via delle esigenze di bilancio che sono state imposte da una fantomatica “Europa” in maniera assurda e suicida: un cappio che rischia di stringersi mortalmente al collo di questo esecutivo e anche dei prossimi. Sono molte, infatti, le indiscrezioni secondo le quali l’Italia sarà costretta tra sei mesi a richiedere gli aiuti europei per sopravvivere ad un possibile fallimento: un mostro, questo, che è stato dato per sconfitto con ingiustificato ottimismo.

E così, come un cane che si morde la coda, un patriottismo da accattoni rifarà capolino, si tornerà a parlare di pacificazione, dell’esigenza di compattare gli schieramenti per costruire insieme il bene dell’Italia annullando le differenze tra destra, centro e sinistra: la ricerca dell’unità servirà a giustificare il bisogno di una nuova navigazione a vista, legittimerà l’immobilismo in mezzo alle onde burrascose ed il nuovo naufragio di un Paese che avrà ceduto, ancora di più, la propria sovranità ad organizzazioni guidate da uomini e donne che nessun cittadino ha mai potuto scegliere. Sarà la ripetizione di un fallimento democratico: l’eroico timoniere della nazione obbedirà agli ordini portando l’Italia fuori dalle acque agitate e brinderemo tutti al pericolo scampato bevendo cicuta liscia, senza diritti. La Concordia Costa.

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