Published On: Lun, Giu 3rd, 2013

Tra sfere di cristallo e palle di vetro

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di SALVO TARANTO – Ci sono previsioni che servono ad alleviare il peso della negatività del presente e altre che sembrano soltanto volerne ampliare l’effetto deprimente. Da quando la Crisi ha varcato la soglia delle nostre vite, dapprima come timida ospite e poi atteggiandosi ad insolente padrona di casa, le teste d’uovo dell’economia e della politica, mondiale e nazionale, non hanno fatto altro che riempirci di previsioni: un po’ per prendere tempo in attesa di capirci finalmente qualcosa, un po’ perché offrire la speranza di una via d’uscita assicura un ottimo effetto cloroformio.

Ocse, fuori dalla crisi solo nel 2011” intitolavano i giornali due anni prima. “Berlusconi, bicchiere mezzo pieno: nel 2012 torneremo a livelli pre-crisi”, si leggeva nel 2010. Gli esempi sarebbero davvero innumerevoli e non farebbero altro che aumentare la consapevolezza di nuotare in balia delle onde o, se preferite, di essere presi per i fondelli da chi, in realtà, non ha la minima idea di cosa accadrà in futuro. In ogni caso, adesso, pare che la Crisi sia destinata a terminare tra la fine del 2013 e l’inizio del 2014: così almeno dichiara l’attuale ministro dell’Economia Fabrizio Saccomanni.

Restando in tema di previsioni, ne esistono due realizzate di recente che danno l’idea del momento storico che stiamo attraversando senza più fiato in gola. La prima è stata effettuata dall’Economist, settimanale britannico che qualcuno nel nostro Paese ha osato paragonare al tempio del pensiero bolscevico. La seconda, invece, è un prodotto del made in Italy, ed è contenuta all’interno di uno studio della Cgil.

Vediamo nel dettaglio. A detta dell’Economist, che riporta dati diramati dall’Onu, negli ultimi 20 anni il numero dei poveri del pianeta si sarebbe dimezzato passando da 1,9 miliardi di persone a 1,1. In forza di questo rilevamento, il settimanale ha titolato sulla prima pagina “Verso la fine della povertà”, spingendosi a sostenere che l’incredibile obiettivo sarebbe davvero vicino dall’essere centrato. Il sogno di un mondo in cui la giustizia e l’uguaglianza potranno finalmente trionfare grazie al capitalismo e in barba alle plumbee teorie marxiste, si concretizzerà nel 2030. A fissare questa data è stato, lo scorso aprile, il presidente della Banca Mondiale Jim Yong Kim durante un conferenza stampa. Il medico americano – sì, il presidente della Banca Mondiale ha una laurea in medicina – in quell’occasione scrisse “2030” su un foglio e lo mostrò ai giornalisti annunciando con sfrontatezza “Questo è il traguardo per la fine della povertà”.

L’inchiesta realizzata dal settimanale evidenzia come nel 1990 l’Onu, insieme ad altre organizzazioni internazionali, avesse lanciato la sfida di dimezzare il numero degli abitanti delle nazioni sottosviluppate che vivono al di sotto della soglia di povertà, un limite che, all’epoca, era stato fissato ad un dollaro al giorno contro l’1,25 dollari attuali. “Nel ’90 – viene riportato nell’articolo – il 43% della popolazione dei paesi in via di sviluppo viveva in condizioni di estrema povertà. Il numero assoluto era di 1,9 miliardi di persone. Nel 2000 questa percentuale era diminuita di un terzo e a partire dal 2010 (mentre la soglia era salita a 1,25 dollari) la cifra era del 21%. La povertà globale è stata perciò dimezzata nel giro di 20 anni”. Un risultato talmente incoraggiante da consentire di andare oltre, sconfiggendo la miseria in tempi relativamente rapidi. “Il mondo non solo ha tagliato di molto la povertà ma ha anche imparato come farlo” promettono gli autori del pezzo.

Ma cosa avrebbe determinato questo mirabolante successo? La crescita economica. Una media annuale dell’8% in Cina o del 5% in Africa, a fronte di un disgraziato +0,9% prima degli anni Ottanta, avrebbe dunque permesso al pianeta di condurre metà dei poveri verso il benessere. Sorge tuttavia un dubbio: se a produrre questo “miracolo” sono stati i Pil stratosferici, la Crisi non potrebbe ora frenare la corsa verso la sconfitta finale della povertà? Secondo l’Economist questa sarebbe un’ipotesi da prendere in considerazione. Meglio non commentare.

L’altra previsione di cui si parlava in precedenza è quella elaborata dalla Cgil, secondo la quale bisognerà attendere il 2076 prima di tornare ai livelli occupazioni del 2007. Basterà dunque tenere botta per altri 63 anni e tutto tornerà ai giorni in cui i dati economici erano confinati in coda ai telegiornali, quasi in una quarantena di noia. Si tratta di una simulazione che lascia il tempo che trova – di sicuro alquanto frustrante –  e che, ovviamente, non può tener conto di quanto potrebbe verificarsi nei prossimi decenni: come se dopo la crisi del ’29 gli analisti avessero previsto miglioramenti negli anni Novanta non potendo immaginare quel piccolo particolare rappresentato dalla seconda guerra mondiale e da decine di milioni di morti.   

Insomma, di tutte queste previsioni sfornate da menti illustri che adoperano sfere di cristallo ed algoritmi, di questi cervellacci che mischiano le centurie di Nostradamus alle statistiche, ci siamo davvero rotti le palle di vetro. Qualunquisti? Smetteremo di esserlo tra qualche anno.

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