Published On: Dom, Lug 14th, 2013

Chi se ne frega del Cavaliere

di SALVO TARANTO – La politica italiana è un pendolo che oscilla con rassegnazione tra la nausea ed il fastidio, un cane che si morde la coda da un ventennio: vent’anni di nulla, gettati al vento, in cui l’Italia ha smesso di pensare e di crescere, di avere una visione, di progettare il proprio futuro. E quando la politica si limita ad amministrare – male – il presente o a vivere imprigionata nel passato, rinuncia al suo ruolo principale che è quello di immaginare e creare, per l’appunto, il futuro.

Quella a cui abbiamo assistito è stata una graduale abdicazione, un avvitamento su se stessa, che ha prodotto la scomparsa della realtà dal dibattito, dall’agenda delle questioni irrisolte nonostante gli annunci del cambiamento eternamente alle porte. Gli italiani non si sono divisi in base ad una diversa idea del Paese e alla direzione da intraprendere, non si sono misurati sul modo in cui affrontare i problemi che man mano si inasprivano, ma sulla scorta di ciò che un solo uomo ha rappresentato e continua a simboleggiare, un uomo il cui nome è stato marchiato a fuoco sulle nostre vite.

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Ogni giorno quel nome è rimbalzato sui nostri occhi davanti alle tv, ai manifesti elettorali e ai fogli di giornali sempre meno venduti e apprezzati, ha catturato le nostre orecchie mentre ci trovavamo per strada, in macchina, in un supermercato, ha suscitato odio, antipatia, entusiasmo e obbedienza. Ma neppure una volta quel nome ha generato indifferenza. Se destra e sinistra – come qualcuno sostiene – sono state spazzate via come categorie della politica è perché, forse, entrambe hanno preferito dissolversi nell’acido del sostegno e dell’opposizione alle azioni di un singolo uomo. Milioni di cittadini in questi due decenni sono diventati di destra o di sinistra, o hanno cessato di esserlo, soltanto in funzione della vicinanza o lontananza rispetto ad un’unica persona. Il carisma del personaggio è stato tale da attrarre tutto e tutti giungendo al punto di smagnetizzare i contenuti: a dileguarsi, con la complicità di chi non avrebbe dovuto consentirlo, sono stati i fatti.

Mentre il Paese imboccava la strada del declino godendosi gli ultimi orgasmi di prosperità, ci siamo sbronzati di opinioni calate dall’alto, abbiamo permesso che la realtà cadesse nel dimenticatoio come un inutile accessorio alla baruffa. Anche in queste settimane, nonostante la crisi decapiti quotidianamente migliaia di posti di lavoro, la politica si trova invischiata in questioni che non riguardano la collettività, ma sempre e soltanto Lui, come un vortice che inghiotte la decenza e ci rende semplicemente stupidi. Si continua a riporre la polvere sotto i tappeti, a dare la priorità alle vicende personali di un uomo ignorando le istanze di decine di milioni di italiani che arrancano senza intravedere una speranza. A versare, senza sosta, un vino sempre più annacquato nei nostri bicchieri non sono solamente i partiti, che da soli non riuscirebbero nell’intento, ma soprattutto i media che hanno la pretesa di sapere ciò che i cittadini, consumatori di notizie, vogliono divorare.

E invece, proprio perché non esistono sbornie infinite, l’indignazione o quantomeno la noia, dovrebbe cominciare a montare, ad impossessarsi dei nostri cervelli in preda al pessimismo e dei nostri cuori che non sanno più sognare. Bisognerebbe strappare gli strumenti di bocca ai pifferai magici che continuano a suonare la solita musica, sarebbe il caso di dire, di urlare, che ci interessa soltanto il nostro futuro, che la politica è una cosa troppo seria e nobile per lasciarla in pasto a chi ha sepolto le bandiere per legittimare la propria esistenza in funzione di un nome che ha saputo soltanto dividere. O forse, anziché urlare, sarebbe meglio armarsi di telecomando e cambiare canale ogni volta che quel nome viene pronunciato in televisione, voltare le pagine dense di inutilità ed ignorare gli articoli che ci informano su come stiamo perdendo il tempo che non abbiamo, evitare di cliccare sopra un titolo che compare inevitabilmente come prima notizia di qualsiasi sito. È giunta, o quantomeno dovrebbe giungere prima o poi, l’ora di mettere la sordina a questo rumore bianco che ci ha accompagnato per un ventennio distraendoci dal vero significato della politica e dell’essere cittadini.

Dei guai, dei miracoli, delle promesse, delle verità, delle bugie, dei soldi, delle ville, dei lifting, dei cucù, delle donne, degli amici, delle prescrizioni, delle condanne, dei processi, degli accanimenti giudiziari, degli avvocati di Silvio Berlusconi ormai non può fregarcene, e non ce ne frega, più niente. Riprendiamoci la realtà: se non l’abbiamo ancora fatto è anche colpa nostra.

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