Published On: Mer, Lug 3rd, 2013

Cibo criminale: finalmente un’inchiesta utile alla collettività

cover cibo

di CARLO SICURO e DANILO COPPE – Ci lamentiamo spesso che i giornalisti, quelli veri, quelli che hanno mezzi mediatici a disposizione, non facciano più inchieste scottanti come una volta. Rubiamo invece il titolo di un libro appena uscito per battezzare il presente pezzo, convinti che sull’argomento ci sia bisogno di tutta l’attenzione possibile. I giornalisti Mara Monti e Luca Ponzi hanno compiuto un lavoro importante tale da sperare, anche attraverso queste forme di recensione indiretta, che venga recepito e metabolizzato anche dai consumatori più distratti. Il problema dell’alimentazione è un argomento che ci riguarda tutti, indistintamente e quotidianamente. E’ in gioco, infatti, la nostra salute e quella dei nostri discendenti. Nel libro del duo Monti-Ponzi sono riportate alcune inchieste su altrettanti tipologie di prodotti di largo consumo: prosciutti, mozzarelle, olio d’oliva, vino, formaggi e passate di pomodori. In pratica alcuni fra i maggiori capisaldi della cosiddetta “cucina mediterranea”. O, ancor più precisamente, la base della gastronomia “Made in Italy”. L’inchiesta dei due autori, al di là del valore delle indagini puntigliose svolte, deve comunque far riflettere anche sugli altri settori alimentari tipici del nostri disastrato Paese. Una Nazione la nostra che, a causa della dabbenaggine di tanti amministratori che si sono alternati nei decenni, non riesce a sfruttare che in minima parte le risorse che, in altri contesti mondiali, potrebbero renderci lo Stato più ricco del mondo. Fra queste, fra cui ovviamente c’è in primis il patrimonio storico, eccelle sicuramente il settore gastronomico. Chiunque ha girato un po’ il mondo non può che convenire che come si mangia in Italia, non si mangia da nessuna’altra parte del mondo. Certo ogni nazione ha il suo piatto tipico che può essere occasionalmente gustoso, ma in Italia, quasi ogni Provincia ha uno o più prodotti tipici da leccarsi le dita. Chiunque potrebbe soggiornare sei mesi in Italia e mangiare tutti i giorni una specialità diversa e, cosa fondamentale, buona e genuina. Non abbiamo bisogno di elaborati intingoli per rendere gustoso un piatto. Pochi ingredienti ma buoni e il gioco è fatto. Credo che il 99% degli Italiani considerino come vincente il valore alimentare di due spaghetti al pomodoro, un goccio d’olio extra vergine d’oliva e una grattata di formaggio grana. Nel libro “Cibo criminale” scopriamo però che tre ingredienti su quattro potrebbe rientrare in un contesto di adulterazione, falsificazione quando non di vero e proprio attentato alla salute. Chi scrive questo pezzo richiama però l’attenzione che anche il quarto ingrediente, ossia la pasta, potrebbe non essere quella fonte di benessere che ci siamo abituati a pensare. A supporto di questa grave affermazione c’è anche la presa d’atto che il “clan dei celiaci” ossia di coloro che sono intolleranti al glutine, stia aumentando a dismisura. Com’è questa storia? Generazioni di Italiani sono cresciti a pasta e pomodoro e adesso proliferano le linee commerciali di prodotti per celiaci. Cosa c’è sotto? Non sarà che le farine con cui vengono fatte le paste provengono da colture OGM tali che i nostro organi digestivi faticano a “riconoscere”? Oppure che le coltivazioni abbiano subito trattamenti da fitofarmaci tali da diventare indigeste? Niente di più probabile. Fatto sta che tra infiltrazioni mafiose o semplicemente criminali non siamo più tranquilli nemmeno se ci mangiamo una pizza (farina, pomodoro,mozzarella e olio d’oliva). La crisi che spinge a cercare di risparmiare sulla spesa peggiora la situazione. Si trovano sugli scaffali della grande distribuzioni oli d’oliva che costano al chilo meno delle olive prese dall’albero. O mozzarelle che costano meno del latte. E’ evidente a chiunque che sotto c’è qualcosa di losco. Il libro lo spiega sufficientemente bene da non dilungarsi sull’argomento. Quello che volevamo aggiungere con questo pezzo è in realtà una riflessione su quali provvedimenti adottare per limitare questo sordo avvelenamento. La questione non è semplice. A parte gli interessi economici mostruosi che ruotano attorno al settore e che permettono di prevedere facili “condizionamenti” politici, non possiamo aspettarci nessuna tutela dei prodotti DOC e DOP da parte della legislazione europea. Infatti, le altre nazioni non hanno il nostro patrimonio gastronomico e quindi, per dirla in modo volgare, “se ne sbattono” del problema. Anzi. La Germania ad esempio, con tutte le sue mucche, ha tutto l’interesse a spacciare per Parmigiano grattugiato italiano, il loro “Parmesan”. O i Danesi a venderci le loro carni di porco per diventare prosciutti italiani. Quindi dobbiamo vedercela da soli. Ma in che modo? Dando per scontato che l’aiuto e ancor meno la soluzione venga dall’alto, ossia dai politici, occorre davvero arrangiarsi da soli. In altre parole, è dal basso, dal mondo dei consumatori che bisogna agire affinché ci sia l’interesse da parte dei produttori a fabbricare prodotti dei quali si sappia il più possibile attraverso la lettura dell’etichetta. Chi produce è molto attento alle scelte del consumatore e appena dovesse avvertire l’affermarsi di una certa tendenza, non esiterebbe a seguire tale scia. In merito alle conserve alimentari e ai prodotti commestibili in genere, disponiamo, come detto, di una quantità enorme di eccellenze riconosciute in ambito mondiale. Nonostante il dilagare della globalizzazione, grazie alla quale il pianeta sta diventando un unico sistema mondiale (a spese spesso delle singole identità), da vasti settori di consumatori provengono già significativi segnali di richiesta di seri strumenti di controllo attraverso i quali garantire il riconoscimento di prodotti autenticamente italiani per l’intero loro ciclo produttivo. Volenti o nolenti, siamo in Europa, ove gli interessi sovranazionali finiscono per prevalere sui nostri; pertanto è purtroppo necessario trovare un minimo comune denominatore che vada bene a tutti i 28 Paesi, il che è abbastanza difficile. Assimilando il comune denominatore all’asticella del salto in alto, la stessa per essere accettata da tutti, andrebbe abbassata a livelli più che bassi e quindi con decisioni finali certamente condivise da tutti, ma di scarso valore pratico. Andare oltre, ossia prendere posizione a tutela del nostro patrimonio agroalimentare, non è quindi così facile. Il nostro mondo istituzionale deve vedersela con gli altri Paesi e così se anche l’esecutivo italiano con tutti i suoi ministeri interessati (Sviluppo economico, Politiche Agricole Alimentari e Forestali, Salute, Ambiente) si sta dando da fare, finisce per trovare seri ostacoli per fare accettare alla UE la possibilità di adottare uno strumento che consenta al consumatore finale di accertare, come italiana, l’intera filiera produttiva. Né è dato sapere se mai ci riuscirà. Non potendo competere con l’eccellenza dei nostri prodotti, è infatti abbastanza scontato che gran parte degli Stati Europei non veda di buon occhio qualsiasi strumento di identificazione del prodotto italiano. Con il pretesto, magari, che tale strumento finirebbe per interferire con la libera concorrenza (?!), si preferisce lasciare le cose come sono, non esclusa anche la possibilità di “contrabbandare”, attraverso le larghe maglie del Made in Italy, prodotti che magari in Italia sono stati soltanto diluiti, oppure concentrati e confezionati quindi con tanto di stampigliatura di detto marchio. Come più volte detto occorre vedercela da soli per arrivare a fare, da liberi cittadini, ciò che al nostro Stato, in quanto tale, non è possibile fare. Torneremo sull’argomento per vedere quelle che potrebbero essere le iniziative possibili.

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