Published On: Dom, Lug 28th, 2013

Contro i pregiudizi: l’uguaglianza non impoverisce nessuno

bandiera-italia

di SALVO TARANTO – Perché papa Francesco non ospita qualche migliaio di extracomunitari in Vaticano invece di invitare l’Italia ad essere più accogliente con i migranti che sbarcano a Lampedusa? Eh, perché? Se li prendesse lui a vivere sotto casa sua, così poi gli passa la voglia di predicare e dirci cosa dobbiamo fare. Che poi vengono qui da noi e rubano, se li arrestano sono subito fuori e se rimangono in carcere dobbiamo mantenerli: e si lamentano pure che nelle celle stanno stretti. Perché devono dare la cittadinanza italiana ai figli degli stranieri residenti nelle nostre città? Cosa hanno fatto per meritarsela? E le nostre tradizioni? Che fine faranno? Perché dobbiamo essere così buoni con loro? Perché dobbiamo costruire le moschee? Prova ad andare lì da loro, a dire che sei un cristiano e vuoi una chiesa in cui pregare e poi vedi come ti rispondono. Perché i gay devono sposarsi tra di loro? Perché devono avere gli stessi diritti delle persone normali se la famiglia vera, quella naturale, è composta da un uomo e una donna? Facciano quello che vogliono ma non pretendano di essere uguali a noi.

Quello che avete appena letto è una sorta di collage di domande e pensieri che capita spesso di ascoltare al bar, sul luogo di lavoro, in viaggio: ovunque. C’è sempre qualcuno che tuona contro l’ipocrisia dei buonisti e pretende, in modo più che legittimo, il rispetto delle regole e che i diritti non siano svenduti estendendoli a chiunque. Sono opinioni che, soprattutto in un contesto soffocato dalla crisi economica, attecchiscono e fanno presa in una nazione che si è sempre vantata di non essere razzista, che ha ripetuto come un mantra quel “italiani brava gente” dimenticando di aver sterminato popoli in Africa o di aver contribuito a deportare gli ebrei nei campi di concentramento.

Di certo la povertà, che come un gorgo inghiotte le vite di un numero sempre maggiore di italiani, non aiuta a sradicare pregiudizi dalla mente e contribuisce, al contrario, ad inoculare il germe della sindrome da accerchiamento. Milioni di persone si sentono minacciate costantemente da qualcuno o qualcosa da relegare alla categoria del diverso e temono di essere derubate: economicamente e non. Perché, più che l’aspetto riguardante l’impiego di risorse da destinare a chi non ha nulla – un gesto che può apparire difficilmente accettabile mentre si fatica ad arrivare alla fine del mese o dar da mangiare ai propri figli – è soprattutto l’estensione dei diritti a preoccupare. Concedere ad altri ciò di cui già si gode viene ritenuto un furto, come se i diritti civili fossero una coperta troppo corta, destinata inevitabilmente a scontentare qualcuno, ad abbandonarlo al gelo. Tuttavia, pur cercando di comprendere i timori, occorre insistere, continuare a spiegare fino allo sfinimento che i diritti acquisiti non vengono spazzati via nel momento in cui si cerca di aumentare la platea degli esseri umani tutelati. Chi è intollerante resterà tale e continuerà a lanciare banane, a ripetere che “non esistono neri italiani” e altre frasi becere di questo genere: per loro non c’è speranza, è inutile perdere del tempo, e nei loro confronti non basta neppure l’indignazione. Ma, per fortuna, chi è ancorato a queste fantomatiche certezze rappresenta un’esigua minoranza.

Eliminare le discriminazioni non discrimina, offrire la possibilità di sposarsi a due uomini o due donne che si amano non lede l’istituzione del matrimonio. Non trasformare il carcere in un inferno senza opportunità di redenzione non è un insulto sputato in faccia a chi può disporre della propria libertà, ma consente che gli occhi di chi ha sbagliato scorgano un orizzonte dopo aver pagato. Permettere che esistano luoghi di culto in cui uomini e donne di altre religioni possano recarsi nelle nostre città non è sciocco ma significa interpretare in modo autentico gli insegnamenti del cristianesimo o, laicamente, dare attuazione a principi che fanno di una nazione uno Stato democratico e liberale. Riconoscere come cittadini italiani dei bambini nati nel nostro territorio da stranieri che vivono, lavorano, pagano le tasse in Italia, vuol dire guardare al futuro, siglare un patto che impedisca l’esplosione di tensioni e favorisca la nascita di una società in cui ciascuno, pur con le proprie radici e conformandosi alle leggi, sia incentivato a fare del Paese in cui vive un Paese migliore, senza dunque sentirsi un italiano di rango inferiore, di serie B.

La pazienza è un valore e non bisogna smettere di seminare, di informare, di far comprendere che l’uguaglianza, nel rispetto di regole comuni, non ferisce e non impoverisce nessuno: anzi, ci rende tutti più ricchi come cittadini e fieri di essere italiani.

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