Published On: Mer, Lug 17th, 2013

Fredrick Stibbert. Chi era costui?

STIBBERT

di DANILO COPPE –

La manzoniana frase ben si adatta a questo personaggio, sconosciuto ai più. Da wikipedia scopriamo che Stibbert nacque a Firenze, ma fu cittadino britannico. Figlio di Thomas Stibbert (1771–1847), un militare inglese colonnello delle Coldstream Guards, e di Giulia Cafaggi (1805–1883), una giovane toscana. Quella degli Stibbert era una famiglia molto facoltosa, originaria del Norfolk: il nonno Giles Stibbert (1734–1809) era generale comandante nella Compagnia delle Indie e governatore del Bengala. Stibbert ricevette una solida educazione tradizionale nel college di Harrow a Cambridge. Nel 1849, dopo la morte del padre, si trasferì con la madre e con le sue due sorelle, Sophronia ed Erminia, nella villa di Montughi (l’attuale Museo Stibbert). In quanto ultimo maschio della famiglia ereditò tutto il patrimonio sia del padre sia degli zii. Intorno al 1866 fu volontario nell’esercito garibaldino. La vita di Stibbert si divise sempre tra Firenze, dove egli nacque e cui fu legato per via degli affetti e delle passioni e l’Inghilterra dove studiò. Stibbert investì una parte significativa del proprio tempo e del proprio denaro nel collezionismo e nel progetto di quello che ancora oggi è il Museo Stibbert. In quest’opera di costante raccolta egli all’inizio agì in maniera abbastanza casuale e dominata dal gusto (periodo 1860-1880), ma via via che il progetto del museo prendeva forma iniziò a fare acquisti sempre più oculati e a riorganizzare il materiale già in suo possesso (periodo 1880-1906). Il principio di fondo che arrivò progressivamente a sviluppare fu quello di creare un qualcosa di educativo, soprattutto per i giovani, volto a stimolare un interesse per la storia del costume. L’armeria rappresentò inizialmente il settore dominante dei propri interessi, con una predilezione per le armi giapponesi estesasi soprattutto nel corso dell’ultima parte della sua vita. In particolare per ciascuna tipologia di arma Stibbert pensò a dei veri e propri contesti scenografici: studiò manichini appropriati sui quali montare armi e armature; allestì e decorò le sale in modo da renderle consone a quanto contenuto. Più in generale ristrutturò la propria residenza e la riorganizzò nell’ottica del museo (oggi 64 sale, disposte su due piani, per un totale 5.000 metri quadrati). Il risultato fu un ibrido in cui le stanze della vita quotidiana si fondevano con quelle delle collezioni; ciò significa che non vi era una parte della villa adibita ad abitazione ed un’altra adibita a luogo espositivo, ma che la casa era il museo e il museo era la casa. Con il tempo estese la sua passione per il collezionismo a dipinti, lavori di oreficeria, porcellane, costumi, tessuti, oggetti d’arredo e libri. Stibbert acquistò tutte queste cose durante i propri viaggi, ma si servì comunque di una fitta rete di collegamenti e informatori che lo tenevano costantemente aggiornato sul mercato antiquario mondiale. Da questo punto di vista egli si dedicò alle ricerche con una visione internazionale rara per quell’epoca. Spese per la sua collezione, e quindi per il suo museo, cifre ingenti, ma in modo sempre oculato e non trascurando i propri affari, tant’è che fu in grado di conservare il proprio patrimonio pressoché intatto. Non si sposò e non ebbe eredi diretti. Dedicò tutta quanta la sua vita a quello che nel proprio testamento definì “il mio Museo”. Nel suo testamento (28 maggio 1905) espresse la volontà che le proprie collezioni (oltre 50.000 pezzi) e la propria villa di Montughi costituissero un museo aperto al pubblico, ma con la clausola che venisse rispettata l’organizzazione originale, così come da egli stesso pensata. Come primo legatario fu nominato il governo britannico, con la possibilità però di recedere a vantaggio del secondo, ovvero la città di Firenze, che di fatto ne entrò in possesso nel 1908, istituendo la Fondazione Opera Museo Stibbert. Fonti ufficiose narrano che non corresse tanto buon sangue fra Stibbert e gli allora amministratori di Firenze. Questo spiega il motivo per cui il primo legatario fu il governo inglese e solo in seconda battuta il Comune di Firenze. Pare anche che tale antipatia fosse reciproca e di ciò sembra esserne rimasta una traccia anche oggi. Lo si deduce da due fattori principali e che caratterizzano la gestione del museo. In primo luogo, bisogna essere informati da qualche fiorentino erudito dell’esistenza di questo s -t -r -a -o -r -d -i -n -a -r -i –o museo. Chi va a Firenze, sulle guide turistiche trova gli ovvi palazzi Strozzi, Pitti, il Campanile di Giotto, il Duomo, ecc. Ma, credetemi sulla parola, nel suo genere la collezione Stibbert è unica al mondo e viene quasi bellamente ignorata. Resterete basiti dalla ricchezza della raccolta. Vere rarità in quantità industriale. Esempi di artigianato da restare senza fiato. Il secondo segnale che ricorda una scarsa attenzione della città all’opera di Stibbert è la sgraziata accoglienza che viene riservata ai visitatori. Spesso la persona che accompagna obbligatoriamente (e giustamente) i paganti non è una guida preparata ma ha più l’aria di una “inculenta impiegata a stipendio pubblico”. Gli orari della biglietteria sono bizzarri come pure la chiusura del giovedi (come i negozi a Parma). Ecco perché ho inserito questo pezzo nella rubrica del “crimine”. È un ulteriore modo per ribadire quanto coglioni siamo in Italia nel non saper valorizzare i patrimoni storici che abbiamo. In qualunque altra parte del mondo ci sarebbe un parco a tema stile “Gardaland del Medioevo”, con almeno trecento posti di lavoro più l’indotto.
La collezione permette di avere uno spaccato di vita quotidiana del XV, XVI e XVII secolo, ma con accenni anche di secoli precedenti e successivi. Ci vuole una giornata per apprezzare i contenuti del museo ma anche per osservare i blasoni incastonati all’esterno ed il rigoglioso parco. Si possono ammirare armature ma anche antiche vestigia e suppellettili perfettamente conservati. Un tuffo nel tempo ma anche nella tecnica. C’è, fra le altre cose, un raccolta di oggetti appartenuti ai Samurai che non ha eguali nemmeno in Giappone!
In conclusione, andate tutti a visitare il Museo Stibbert a Firenze. Masticherete amaro pensando che c’è voluto un bombarolo scrivano di Parma per farvelo conoscere anziché un circuito turistico all’altezza della situazione. È in via Montughi n.4 e c’è sempre posto per parcheggiare (visti gli scarsi visitatori). È raggiungibile col treno partendo dalla stazione col Bus n.4 alla fermata “Gioia”. È quella che proverete visitando il luogo, peraltro.

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