Published On: Mer, Lug 10th, 2013

La vita straordinaria di Nelson Madiba Mandela

mandela

di CRISTINA POMPONI – Immagino che da molto tempo sia ormai pronto, in tutte le redazioni degli organi di informazione, il coccodrillo di Mandela. Sapete, quel necrologio scritto in anticipo sulla vita di tutti i personaggi noti che sembrano stiano per passare a miglior vita, e pronto per uscire non appena giunta la notizia della loro morte.
Come suggerisce il nome stesso, il coccodrillo si concretizza per lo più in una litania trita e ritrita su quanto grande è stato il soggetto X quando era in vita. E altrettanto sovente trasuda ipocrisia e falso buonismo da tutti i pori.
Spero che i coccodrilli di Mandela escano fuori dal seminato dell’ovvio e del banale. Perché Madiba, il nomignolo datogli dal suo clan di appartenenza, si merita quanto di meglio la penna dei giornalisti riescano a creare. Tanto per cominciare, è stato uno dei rarissimi premi Nobel per la pace che non abbiano fatto rigirare il povero Alfred Nobel nella tomba.
Ma procediamo con ordine. A Mandela le imposizioni non sono mai piaciute: già giovanissimo, si sottrasse al matrimonio combinato dai suoi capi tribù, preferendo la fuga e l’esilio verso Johannesburg. Dove iniziò la sua attivissima militanza: durante gli anni universitari trascorsi a studiare legge si distinse per la lotta contro il regime bianco (di minoranza numerica) che negava i diritti politici, sociali, civili alla maggioranza nera sudafricana. Fu uno dei personaggi di spicco dell’African National Congress (ANC), ma anche fondatore dell’associazione giovanile Youth League. E proprio sotto la bandiera dell’ANC combatté la battaglia della sua vita, quella contro quel Partito Nazionale, vincitore delle elezioni del 1948, che impose una politica di segregazione razziale e di apartheid.
Fondò, insieme al collega di tante lotte Oliver Tambo, il primo studio legale gestito solo da neri, che forniva assistenza gratuita o a basso costo a molti neri che sarebbero rimasti altrimenti senza rappresentanza legale.
A metà degli anni ’50 era ormai un personaggio tanto noto quanto scomodo. In quanto tale, doveva essere neutralizzato. Subì quindi un violento processo, ma non si fece intimorire, e dopo 5 anni di lotta lui e tutti gli imputati furono assolti. Ma questa vittoria ebbe anche un alto prezzo: l’interdizione dell’ANC e di altri gruppi anti-apartheid. Ciò non fermò né Madiba né i suoi compagni di lotta: pur ormai fuorilegge, iniziarono una campagna di sabotaggio contro l’esercito e gli obiettivi del governo, ed elaborarono piani per una possibile guerriglia per porre fine all’apartheid. Finché, nel 1962, arrivò il tanto temuto arresto, con tanto di condanna a 5 anni per viaggi illegali all’estero e incitamento allo sciopero. Due anni dopo, ancora, ecco la condanna che sembrava segnare la fine della vita di Mandela da uomo libero: la condanna all’ergastolo per sabotaggio e altri crimini equivalenti al tradimento. Ma nei suoi quasi 27 anni di prigionia Mandela non si lasciò mai andare, continuando a leggere e persino comporre poemi in diverse lingue. Riuscì persino a spedire, dalla prigione, un manifesto alla sua amata ANC.
E neppure scese a compromessi, difatti rifiutò un’offerta di libertà condizionata in cambio di una rinuncia alla lotta armata. Solo nel 1990 le crescenti proteste dell’ANC e le pressioni della comunità internazionale portarono finalmente al suo rilascio, ed anche alla fine dell’illegalità per la stessa ANC. Pochi anni dopo, nel 1993, arrivò il Nobel per la pace, per lui e per quel presidente sudafricano De Klerk che lo aveva rimesso in libertà. Un rapporto, quello tra Mandela e De Klerk, quasi simbiotico se ci limitiamo alle vicissitudini politiche: nel 1994, infatti, i due si sfidarono per la presidenza del Sudafrica. Vinse Mandela, ma De Klerk fu il suo vice per tutti quegli anni in cui il Madiba guidò la transizione dal vecchio regime basato sulla segregazione razziale alla democrazia.
Certo, i 5 anni di Mandela come presidente non sono stati solo rose e fiori: il suo esecutivo non fu mai in grado di dare risposte a molti temi sociali, non ultimo il dilagare dell’AIDS. Ma anche in questo si è dimostrato superiore a molti altri leader, ammettendo pubblicamente e più volte di aver commesso errori durante il suo mandato.
Quest’uomo straordinario, diviso tra palco, lotte armate, prigioni e donne (si è sposato ben tre volte), sta ormai per compiere 95 anni e versa in condizioni di salute critiche. C’è chi lo vuole già in stato vegetativo permanente a causa degli strascichi connessi ad una grave infezione polmonare connessa ad una tubercolosi subita durante il periodo di prigionia, notizia tuttavia smentita. Di certo la sua stella continua a brillare, se tutto il mondo guarda con ansia a quell’ospedale di Pretoria in cui è ricoverato. Voci vicine alla famiglia parlano di quest’uomo-roccia come di una persona che soffre, ma comunque serena, presente, persino sorridente. Ed intanto spunta un video inedito in cui un Madiba, con un volto privo di ogni ombra, dice: “Ho vissuto la mia vita”.
Questo è solo un breve riassunto della vita straordinaria di un uomo-simbolo. Che spero non sia al corrente delle disgustose lotte di potere e soldi che si sono già instaurate all’interno della sua famiglia che lo vorrebbe già cadavere, ma sia solo conscio della speranza che ancora anima i suoi amici di sempre e tanti sudafricani. Nonostante la veneranda età, nonostante la vita tutt’altro che facile, per chi lo ama Mandela è sempre e comunque un tough old man, un uomo tosto.

(dott.ssa Cristina Pomponi, criminologa)

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