Published On: Dom, Lug 7th, 2013

Le Province sono ri-morte: lunga vita alle Province

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di SALVO TARANTO – Il governo dell’eterno rinvio ha deciso di stupire intervenendo su una delle questioni più rinviate della storia della Repubblica, ovvero l’abolizione delle Province: un po’ come se uno studente che non ha mai amato la matematica si ponesse l’obiettivo di laurearsi in ingegneria aerospaziale. L’ostacolo da superare appare proibitivo e lo sarebbe per qualsiasi esecutivo, tecnico o politico, perché in Italia siamo tutti d’accordo sull’esigenza di eliminare gli sprechi auspicando che, ovviamente, le sforbiciate riguardino soltanto gli altri. Quando infatti Monti affrontò la materia, la penisola venne attraversata da rigurgiti di rivalità storiche e brividi di campanilismo. Ci fu addirittura qualche rappresentante delle istituzioni che si fece fotografare per protesta seduto sul water e chi parlò di colpo di Stato. Si passò dal taglio radicale, sbandierato ai quattro venti come l’emblema di una nazione che spezza il cordone ombelicale con il proprio immobilismo, a versioni sempre più blande del provvedimento. Il tutto in un festival di resistenze e tentativi di far naufragare tutto in pieno stile “ha da passà ‘a nuttata”: e infatti la nottata passò e, insieme ad essa, anche il governo dei tecnici.

A mettere la parola fine su quella stagione di riforme abortite ci ha pensato recentemente la Corte costituzionale che ha dichiarato incostituzionale il decreto varato dal Professore. Secondo i giudici di palazzo dei Marescialli l’abolizione delle Province non può essere disciplinata da un decreto legge che, secondo la Consulta, è invece un “atto destinato a fronteggiare casi straordinari di necessità e urgenza”. Il no dei giudici, che è pertanto di merito, ha indotto l’attuale esecutivo a percorrere la strada, lunga e perigliosa, della modifica della Costituzione. Il Consiglio dei ministri ha approvato un disegno di legge costituzionale composto di soli tre articoli: il primo si limita ad annunciare l’abolizione delle province, il secondo contiene i rinvii di diversi passaggi costituzionali in cui si citano le province stesse, e il terzo fissa la scadenza di sei mesi dall’entrata in vigore di tale provvedimento per giungere alla loro soppressione. “Dato che manteniamo l’orientamento di dare seguito a quello che era contenuto nel discorso con cui il governo ha ottenuto la fiducia, dove era scritto chiaramente ‘abolizione delle province’, abbiamo ritenuto necessario intervenire al maggior livello possibile, abrogando la parola province da tutti gli articoli della Costituzione”, ha spiegato Letta nel corso della conferenza stampa a Palazzo Chigi. Insomma, per essere sicuri che questa sia la volta buona si cancellerà perfino la parola dalla nostra Carta: una sorta di damnatio memoriae dal sapore antico. Un metodo affascinante che si potrebbe applicare anche a fenomeni come la mafia, la corruzione, l’evasione fiscale: basterebbe includere questi termini nella Costituzione e cancellarli per avere un’arma in più e tentare di sconfiggerli.

Al di là delle ironie, di certo, le cose non sono mai così semplici come sembrano, soprattutto in Italia. Gli impedimenti sono numerosi e tra questi, dato che il provvedimento avrebbe ripercussioni anche sulla vita di molti dipendenti, compare anche “la salvaguardia dei lavoratori delle province e le loro funzioni”, così come è stato ricordato dal premier che ha assicurato l’adozione di “altre misure per gestire la fase transitoria”. Eppure, come già avvenuto in passato, il semplice annuncio del provvedimento è bastato a scatenare le polemiche e le legittime resistenze dei soggetti interessati: “Per l’ennesima volta si interviene su un tema delicato come l’assetto istituzionale con un colpo di mano e senza un disegno organico. Speriamo che il Parlamento ponga rimedio a questa mancanza” hanno replicato i sindacati che, tuttavia, non hanno sbattuto la porta in faccia al governo mostrandosi comunque “disponibili ad affrontare un percorso di riforma del nostro assetto istituzionale, purché alle rassicurazioni del presidente Letta sulle garanzie per i lavoratori e i servizi ai cittadini, che pure apprezziamo, seguano impegni precisi”. “Ma davvero il governo pensa che con un provvedimento bandiera, che cancella con un tratto di penna la parola province dalla costituzione e 150 anni di storia del Paese, si riconquisti la fiducia degli italiani nella politica?” tuona invece il presidente dell’Unione Province Italiane Antonio Saitta il quale chiede: “e il dimezzamento dei parlamentari quando si farà?”.

Il timore che l’abolizione delle Province sia la trovata mediatica per far rifiatare un governo che annaspa continuando a rinviare ogni decisione è molto fondato. Si rinvia ogni scelta su Imu, Iva, F35 e quant’altro e poi si ha l’ardire di immaginare di riuscire dove i predecessori hanno fallito. Le riforme costituzionali necessitano di tempo e di maggioranze compatte: questo governo, che farà melina e non riuscirà a mantenersi in vita a lungo, non ha dalla sua nessuna di queste condizioni. Le province sono ri-morte: lunga vita alle Province.

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