Published On: Dom, Lug 21st, 2013

Una “Repubblica” fondata sul lavoro di Giorgio Napolitano

Re Giorgio Napolitano

di SALVO TARANTO – A cinque mesi di distanza dal voto, a tre dal giuramento del governo, si discute già di rimpasto, di tagliandi, di modifiche da apportare alla composizione dell’esecutivo. Un segno inequivocabile di quanto il “tutti insieme appassionatamente” stia completando l’opera di disfacimento del partito che ha proposto queste revisioni: il PD.

I democratici, in attesa di litigare alla luce del sole in occasione del congresso, stanno indubbiamente pagando il prezzo più alto in questa fase di infinita transizione e si trovano sospesi tra la frustrazione di dover governare insieme ai berlusconiani e l’obbedienza ai moniti del presidente della Repubblica. È Napolitano, infatti, il grande demiurgo che tesse e scuce la tela della politica nazionale. Forte dell’investitura ricevuta con la riconferma, il Capo dello Stato sta gradualmente oltrepassando le consuetudini costituzionali fino ad assumere le sembianze di un sovrano. L’Italia, in pratica, a causa delle contingenze e della situazione che è sempre delicata (lo è da decenni), sta scivolando verso una monarchia costituzionale o, più prudentemente, ha assunto le sembianze di una Repubblica democratica fondata sul lavoro di Giorgio Napolitano.

Alfano deve ringraziare proprio re Giorgio, intervenuto in sua difesa per consentirgli di attraversare indenne le forche caudine dello scandalo Shalabayeva: in un Paese normale il ministro dell’Interno, fosse a conoscenza o meno dell’immane porcata alla quale si è prestata la propria polizia inchinandosi a degli ordini stranieri, si sarebbe dimesso o sarebbe stato costretto a farlo. Ma in una nazione normale non vi sarebbe neanche un presidente rieletto per mancanza di alternative, un presidente che ammonisce e bacchetta chi, davanti alla gravità dell’accaduto, pretende un passo indietro del vicepremier. Napolitano, invece, ha messo la museruola al PD, ha stroncato il dibattito interno esasperando le contrapposizioni e impedendo che la ragion di Stato soccombesse davanti alla decenza. “Non ci si avventuri a creare vuoti, a staccare spine, per il rifiuto di prendere atto di ciò che la realtà politica post-elettorale ha reso obbligato e per un’ingiustificabile sottovalutazione delle conseguenze cui si esporrebbe il Paese” ha affermato l’inquilino del Quirinale supportando i professionisti delle spallucce. E così ha silenziato ogni rigurgito d’orgoglio nel maggior partito di maggioranza – rimproverando indirettamente il discolo Matteo Renzi – e anche la stampa italiana che dovrebbe in modo patriottico abbandonare ogni accanimento sull’affare kazako e stringersi a coorte.

Ad un Pd in stato d’assedio, dunque, non è rimasto altro da fare che chiedere timidamente, come ha fatto il segretario Epifani, un rimpasto dopo le ferie. Una proposta che, ovviamente, è stata già stroncata da un suo ministro all’interno del governo e dagli alleati, perfino da un Casini che, grazie alle sue abilità strategiche, ha condotto l’Udc a percentuali da prefisso telefonico. La base del partito non comprende, la coscienza di molti parlamentari è divorata e stanca di ricevere attacchi e insulti a causa di decisioni che vengono spacciate per obbligate. Ci si chiede: per cosa? Tramite questi sacrifici dai quali scaturiscono contraccolpi anche di natura elettorale, attraverso la distruzione del centrosinistra, l’Italia cosa sta ricevendo da questo governo d’emergenza? Cosa ha fatto questo esecutivo, oltre alle figuracce internazionali, che possa essere giudicato positivamente, criticato, condannato? Nulla, a meno che il rinviare a domani ciò che non si riesce a decidere oggi sia configurabile come un atto politico o che il non far niente sia comunque preferibile al far male. Insomma, ne vale la pena? Sacrificarsi sull’altare della stabilità di un governo che Berlusconi farà cadere per poi passare all’incasso alle urne – perché accadrà, l’avrebbero previsto perfino i Maya azzeccandoci per una volta – è una strategia che ha senso soltanto se finalizzata all’autodistruzione: se questo fosse veramente lo scopo, non ci sarebbe dopotutto da meravigliarsi più di tanto.

E allora, mentre il governicchio dei giovani-vecchi democristiani di destra e di sinistra, (Alfano, Lupi, Letta e Franceschini), tira a campare e, grazie alle coperture e agli appoggi del Colle e di Confindustria, attende che il Cavaliere prema il pulsante rosso, viene da pensare al Belgio che, per 540 giorni, è rimasto sprovvisto di un esecutivo (il Pil è comunque cresciuto, seppure in maniera modesta). Viene da pensare al Belgio non soltanto per quel lunghissimo periodo di vuoto e di ordinaria amministrazione che non ha distrutto il Paese, ma soprattutto, e con grande malizia, per il fatto che lì il sovrano, Alberto II, si sia appena dimesso. Noi invece siamo una Repubblica: il Re dobbiamo tenercelo per forza.

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