Published On: Gio, Set 5th, 2013

Giovanni Guareschi (seconda parte)

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di DANILO COPPE – Il numero scorso di Zerosette era conseguente al quarantacinquesimo anniversario della morte di Giovannino Guareschi. Avete avuto l’impressione che ci sia stata particolare attenzione mediatica? Io no. Il motivo l’ho spiegato nello scorso numero. Il pensiero libero non è premiato in Italia. Guareschi, quando era in vita, ha rappresentato una spina nel fianco alla partitocrazia ed all’ipocrisia mediatica. Niente di strano che, essendo ancora vivi tanti suoi contemporanei, anche il suo ricordo preferisca essere oscurato. E allora, indegnamente, mi assumo il ruolo di biografo, per far conoscere ai più giovani la vita e l’opera di chi non è certamente solo l’autore della saga di Don Camillo. Guareschi è nato il primo maggio del 1908 a Fontanelle, frazione di Roccabianca (PR). Suo padre Primo Augusto Guareschi era un pezzo d’uomo alto e snello, pacifico ma soggetto ad innocui scatti d’ira, che potevano far paura solo a chi non lo conosceva. Lo chiamavano “Matto Basiga” per le sue stravaganze. Era quello che si definiva un tuttofare: proprietario terriero, contadino, meccanico, mediatore, ecc. Era un grande amico di Giovanni Faraboli, un nome assai noto nella Bassa parmense in quanto, da socialista della prima ora, fu il fondatore delle prime cooperative rosse. Quando il primo maggio del 1908 stava arringando la folla in occasione della Festa del Lavoro, Primo Augusto Guareschi, anch’egli socialista seppur cristiano fervente, al termine del comizio, gli sbucò alle spalle con il figlio appena nato fra le mani. Per non fare confusione col nome dell’amico gli disse che lo avrebbe chiamato col diminutivo: Giovannino. Questo nome, scambiabile per nomignolo, fu origine in vita ed anche da morto di diversi malintesi. L’ultimo che io conosco è stato quando è stata finalmente battezzata col suo nome una stradina a Malandriano, frazioncina di Parma. Inizialmente il cartello pubblico riportava “via Giovanni Guareschi”. E’ stata l’ostinazione di un illuminato avvocato, abitante nella strada, a far rettificare il cartello con la giusta dicitura. Ma anche quando era vivo e si presentava alla molte udienze, per lo più ingiuste, a cui fu sottoposto, nel nominarsi suscitava spesso ilarità quando non fastidio. La mamma di Giovannino si chiamava Lina Maghenzani. Era una maestra di scuola. Inizialmente in quella di Fontanelle; in seguito in quella di Marore. Guareschi dedicherà alla madre una citazione importante nel primo volume di Don Camillo, descrivendola come un “monumento nazionale del paese”. Fece i primi anni di scuola ovviamente dalla madre, ispirata in egual modo da Dio, dal Re e dalla Sintassi. I Guareschi abitarono per anni ai piani superiori della scuola di Marore, anche perché il genio e la sregolatezza di Primo Augusto comportavano spesso periodi di crisi economica nella quale l’unica fonte di sostentamento era lo stipendio da maestra di mamma Lina. Le tensioni ovvie derivanti da momenti di privazioni resero il piccolo Giovannino solitario e meditabondo. Solo d’estate, al rientro a Fontanelle e quindi alla vita sul Po, il ragazzo si rianimava ridiventando il solito istrionico trascinatore. Fu alle medie che Guareschi iniziò a scrivere raccontini da utilizzare in piccole recite fra amici. Amava il ballo e attendeva con ansia l’arrivo delle sagre o delle balere ambulanti. Inventò anche una macchinetta che, riproducendo in miniatura le imballatrici di fieno, in realtà imballava a cubetti i petali di rosa che regalava poi alle ragazze del paese. Guareschi frequentò il liceo al Convitto Maria Luigia di Parma, grazie ai salti mortali della madre. All’epoca lo standard delle rette del Convitto era alto e infatti erano anni in cui era frequentato dai Barilla, Bertolucci, Lunardi, Cavezzali, ecc. Lì conobbe Nino Bocchi, che in seguito gli aprirà la strada nel campo dell’editoria. Insieme vissero anni di scatenata goliardia, fino al cambio di rettore e successiva espulsione del Bocchi. Guareschi si diede una calmata, fino all’arrivo, come istitutore, del luzzarese Cesare Zavattini. Dopo un primo periodo di ostilità (fra i due c’era una differenza di sei anni) nacque un rispetto prima e un’amicizia poi. Insieme fondarono un giornale studentesco, si esibirono in un duo col mandolino e progettarono e realizzarono estemporanee e spassose recite satiriche sulla gerarchia del Convitto. Guareschi finì quindi serenamente la maturità: Si iscrisse poi a giurisprudenza. Nel frattempo il padre Primo Augusto aveva toccato il fondo con i suoi azzardati tentativi di speculazione sulla compravendita di terreni agricoli. Per continuare a mantenersi agli studi, Giovannino finì per diventare lui stesso istitutore al posto di Zavattini, nel frattempo richiamato a Luzzara da problemi famigliari. Da Marore a Parma, Guareschi pedalava tutti i giorni su una bici scassata con addosso abiti consunti. In seguito abbandonò il Maria Luigia, dedicandosi ai mestieri più disparati: elettricista, ufficiale di censimento, istruttore di mandolino, portiere in uno zuccherificio. Fu in quell’anno, il 1929, che la rivista chiamata la “Voce di Parma” indisse un concorso letterario riservato agli Under30. A presiedere la giuria c’era il tipografo Mario Fresching ed in palio c’erano duecento lire. Guareschi partecipò e vinse con un racconto chiamato “Silvania, dolce terra”. Peccato che la cifra vinta e destinata a comprare una bicicletta nuova, finì invece per pagare, obtorto collo, la cena della premiazione. Avrei voluto esserci a quella cena. Pare che mentre Fresching dava la fastidiosa notizia a Guareschi, appena quest’ultimo si alzò per accusare il colpo, un vigile urbano suo amico gli mise sulla sedia una ricotta. Contemporaneamente un altro buontempone sfilò la seggiola da sotto le terga di Fresching. Risultato quest’ultimo in terra e Guareschi con il fondo schiena fastidiosamente imbiancato e bagnaticcio. (continua)

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