Published On: Mer, Set 11th, 2013

Giovannino Guareschi (terza parte)

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di DANILO COPPE – Il primo giornale interamente ideato, diretto e realizzato da Giovannino Guareschi si chiamava “Bazar” a cui diede vita mentre ancora era ufficialmente iscritto e frequentante la facoltà di giurisprudenza. Raccontava a suo padre di essere sempre in procinto di dare tre esami alla volta, ma in realtà faceva tutt’altro. Curò persino un’edizione del Manuale dell’Automobilista, per conto della Hoepli, pur di stare in campo editoriale. Poi si dedicò ad una monografia sull’Assedio di Parma, in cui fu sconfitto Federico II di Svevia. Bazar era però la “sua” creatura e gli servirà, seppur stampato in proprio, come esperienza per progettare e sviluppare l’embrione che lo porterà, negli anni a venire, a diventare l’anima del “Bertoldo”, stampato a Milano. Per realizzare le sue memorabili vignette Guareschi incideva dei pezzi di linoleum, che a differenza dei metalli da stampa, non costava niente e gli permetteva comunque di riprodurre illustrazioni decorose a basso costo. Fornì anche vignette al periodico “Fiamma” uno dei tanti giornali filo governativi durante il Ventennio fascista. Solo che insieme alle immagini esaltanti del Duce, su un lato del linoleum, apponeva sul retro vignette satiriche che ne ridicolizzavano l’opera. Toccò al citato Fresching (vedi numero scorso) prodigarsi per evitargli le rappresaglie degli squadristi. Finalmente l’amico Nino Bocchi, detto il Nibbio, riuscì ad inserirlo nel grande circuito della stampa, chiamandolo a collaborare con la Gazzetta di Parma, che durante il fascismo, dovendo cambiare linea editoriale per allinearsi col partito di governo, prese temporaneamente il nome di Corriere Emiliano. La redazione, all’epoca, era nel palazzo della Pilotta e pochi cronisti, fra cui il Nibbio, erano sufficienti a riempire il giornale.
Tuttavia, per restare agganciato alla testata, Guareschi si accontentò di fare il correttore di bozze. Ma tanto lui, quanto quel mattacchione del Nibbio, con il quale aveva condiviso, negli anni di scuola, goliardate tali da far impallidire gli “Amici Miei” di Monicelli, trovarono il modo di non annoiarsi, cercando volutamente frasi ambigue in cui far finta di trascurare qualche refuso. Un esempio di titolo dell’epoca e ricordato in una lettera di Guareschi indirizzata a Baldassarre Molossi cita: “…Un ordinanza vieta ai cani di vagare liberi nei campi…”. A quel punto era fatale che una v venisse “innocentemente” sostituita con una c per scatenare risate sgangherate sia da parte dei due amici che da parte dei lettori. Col rischio però sempre incipiente di un licenziamento in tronco… Ciò, però, sortì l’effetto, nei cronisti e nei compositori, di ridurre drasticamente i refusi. Ma l’accanimento di Giovannino e del Nibbio in questa ricerca, costò presto il licenziamento di quest’ultimo. Miracolosamente Giovannino prese il suo posto in redazione, ma al primo incarico che riguardava la cronaca di un comizio tenuto da un gerarca fascista a Colorno (paese noto per la presenza di un ex manicomio), scrisse un accorato resoconto in cui ci tenne a sottolineare che “l’entusiasmo della folla fu tale che anche i matti erano saliti sul tetto approvando il discorso del gerarca con uno strano gesticolare…”. Il pezzo non fu pubblicato e Guareschi tornò subito a fare il correttore di bozze. Passato un periodo di punizione tornò a svolgere entrambi gli incarichi in contemporanea. E’certo che l’esercizio di correttore di bozze, alla ricerca di doppi sensi, diventerà fondamentale nella realizzazione, dopo la guerra, dell’irresistibile saga dei “Trinariciuti”, ossia quei “compagni” che accettavano incondizionatamente qualsiasi direttiva arrivasse dalla “base” del Partito Comunista. Ma tornando al lungo periodo in cui di partiti ce n’era sostanzialmente uno solo, Guareschi viveva a Parma ed aveva affittato una soffitta in Borgo del Gesso. In quel suo spazio, il giovanotto, in piena tempesta ormonale, si distraeva ma al contempo faceva le ore piccole piegato sui fogli che riempiva di racconti e illustrazioni. Fu in quel periodo che conobbe Ennia, che lavorava in un bar. La loro relazione fu subito esaltante e sanguigna. Due forti personalità che si completavano. La relazione fra loro fece germogliare la voglia in Guareschi di fare un salto di qualità, aiutato anche dal rapporto sempre conflittuale che aveva in Gazzetta di Parma/Corriere Emiliano. Sulle orme dell’amico Zavattini (dei tempi del Convitto Maria Luigia) anche Giovannino finì per collaborare con testate realizzate a Milano, come sul periodico a respiro nazionale, il Secolo illustrato. Fu in quegli anni, che precedettero ed accompagnarono l’inizio della seconda guerra mondiale, che il Nostro realizzò memorabili scritti sul Bertoldo nonché le opere umoristiche “La Scoperta di Milano” (1941) e “Il destino si chiama Clotilde” (1942).
Fu proprio nel 1942 che avvenne un episodio che comporterà una conseguenza che Guareschi si porterà dietro per tutto il resto della sua vita. Una sera decise di prendersi un “basa” (una sbronza) perché preoccupato delle sorti di suo fratello minore Giuseppe, il quale erroneamente veniva dato per disperso in Russia. Mentre Giovannino saliva le scale di casa, in pieno coprifuoco, urlava a squarciagola quello che lui pensava del Duce. Pare che gridasse “Mussoliniiii, culààà” che in dialetto parmigiano è un modo assai politicamente scorretto per definire gli omosessuali. Le conseguenze furono due: un vicino di casa particolarmente offeso denunciò Guareschi alla polizia fascista; un altro inquilino molto più premuroso cercava invece di evitargli guai con le milizie, per cui cercò, in modo improprio, di farlo rinsavire dagli effetti dell’alcol; poiché aveva letto che in caso di sbronza si può usare l’ammoniaca, invece di fargliela annusare gliela fece bere, anche se diluita nell’acqua. Risultato: la “basa” gli passò ma si ritrovò con un’ulcera duodenale che lo costrinse a vita a portarsi dietro una scorta di bicarbonato. Ma la spiata del primo vicino nel frattempo era già andata a segno. La polizia politica ipotizzò severe punizioni che, all’epoca, oltre che giuridiche, erano anche spesso “ricinate”. Ma i suoi amici, difendendolo ad oltranza, riuscirono ad evitargli il peggio, tranne la richiamata alle armi. (continua)

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