Published On: Ven, Set 13th, 2013

La guerra siriana: il male non attende la diplomazia

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di MASSIMILIANO PARENTI – Il conflitto che angoscia tutto il mondo e che negli ultimi mesi ha attirato l’attenzione dei paesi del G20 e della Chiesa è lo sviluppo ultimo di un processo iniziato il 15 Marzo del 2011, noto a noi principalmente come Primavera Araba. Mentre in altri paesi come Libia e Egitto il conflitto si è consumato (nel bene o nel male) senza l’intervento esplicito di forze esterne, la Siria ha seguito strade diverse. Nel paese vittima del regime di Assad, le iniziali dimostrazioni di dissenso nelle piazze (che il governo siriano aveva vietato con una legge del 1963) hanno portato a esiti nefasti: si calcola infatti che negli ultimi due anni e mezzo siano morte a causa del conflitto all’incirca 110.000 persone. Assad è stato spesso paragonato a un Hitler moderno perché sembra che, oltre a un regime soffocante e antidemocratico, abbia autorizzato l’uso di armi chimiche contro i ribelli.
La questione è estremamente controversa per i paesi che si sono sentiti chiamati in causa perché mentre si urla a gran voce la sospensione totale dei diritti umani – e in effetti è così, sono molteplici i casi di tortura dell’esercito sui civili, o anche peggio – i governi internazionali sembrano aver letto nella crisi siriana un principio di casus belli in cui le forze opposte possano fare la voce grossa. Obama, nobel per la pace, ha deciso di passare in un ruolo attivo quando Assad ha superato la “linea rossa” con l’utilizzo delle armi chimiche (con la quale sta propagandando la possibile entrata nel conflitto) e, mentre il blocco occidentale sembra aderire alla scelta USA tra tentennamenti e mal di pancia, in difesa di Assad e del regime si è schierata la Russia. C’è chi invoca la guerra fredda, ma non è il caso di esagerare: piuttosto, ci si trova su una scacchiera mondiale in cui nessuno vuole fare la prima mossa. Molti sanno che un’iniziativa militare potrebbe non essere accolta con molto garbo dagli amici di Assad (che già hanno promesso ritorsioni), mentre Putin cerca la via della diplomazia: un controllo sull’arsenale affinché l’ONU abbia sotto controllo la questione delle armi chimiche. Ma questa soluzione non sembra granché convincente: primo, perché la diplomazia non è  pane per i denti di persone come Assad e, secondo, perché questo vorrebbe dire – in fin dei conti –  non fare niente.
Perché mentre va avanti il gioco delle alleanze e dei tradimenti, degli accordi e degli interessi economici, la guerra in Siria prosegue e ogni giorno causa le morti di nuovi civili, tra i quali donne e bambini. Essere pacifisti va bene, ma il pacifismo è un concetto difficile da applicare nel caso di un conflitto aperto: non facendo nulla, infatti, si permette anche al male di perseverare. Cosa ne sarebbe di noi se Roosevelt non fosse intervenuto contro Hitler? Perché alla fine è di questo che si sta parlando: non fare niente potrebbe avere un costo molto alto.

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