Published On: Mer, Set 25th, 2013

L’Europa che parla tedesco

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di MASSIMILIANO PARENTI – L’Europa parlerà ancora tedesco: è questa la conseguenza principale dell’esito delle urne in Germania. Sarà ancora – per la terza volta – la cancelliera Merkel a tenere le redini della “locomotiva” d’Europa ed è quasi sicuro – ma non auspicabile – che la tanto famigerata austerità continui ad essere la parola chiave per i paesi a rischio default come il nostro.
Angela Merkel è una figura carismatica, una leader popolare e una grande comunicatrice e la sua autorevolezza le ha permesso di conquistare la possibilità di governare dodici anni come prima di lei solo un’altra donna aveva fatto (la Tatcher negli anni ’80), portando il partito del Cdu (cioè il centrodestra conservatore) ad un consenso che non veniva raggiunto da ventitré anni. Avendo perso   per strada i suoi alleati storici – i liberali – che non hanno ottenuto il 5% necessario per entrare in Parlamento, la  cancelliera si trova costretta ad accettare l’alleanza con i socialdemocratici o con i Verdi, aprendo così nel prossimo futuro ad un governo di possibili “larghe intese” che virerebbe a sinistra, ben lontano naturalmente dalla situazione nostrana. Perché non ci sarà nessun << inciucio>>, come ci piace definirlo, ma una dialettica più serrata nelle idee da mettere in campo in un paese nel quale la compravendita degli onorevoli e dei voltagabbana non è di casa.
Nei prossimi anni assisteremo, in tutta probabilità, ad un nuovo e continuo accentramento dell’Euro che sempre più sarà protetto dalle banche tedesche e dal monopolio che saranno in grado di esercitare sul resto d’Europa, permettendo agli uomini come Letta di tentare sforzi sovrumani sorreggendo il cadavere di un paese che è già morto sotto lo sguardo vigile di chi comanda per davvero.
In Italia la figura della Merkel è nota più che altro per il celebre aforisma del cavalier B. che per le sue posizioni politiche (e ci mancherebbe), anche se, facendo un rapido sondaggio, mi sono accorto che il suo nome suscita più odio che simpatia. Il motivo? Perché pensa solo alla Germania e non a noialtri – si dice. Il che tuttavia non credo sia fino in fondo oggetto di biasimo, in quanto il primo ministro di un paese è chiamato a badare alla sua nave e non alla flotta. Ne sappiamo qualcosa noi, che nelle ultime elezioni non solo abbiamo pensato soltanto a noi stessi e alla nostra situazione drammatica, ma per un giorno non ci siamo nemmeno ricordati in che continente abitiamo. La questione dell’europeismo e dei significati che porta con sé non è diventato un tema principale nel dibattito (se esiste) contemporaneo, seppur da esso dipenda in parte il nostro futuro. Dunque è legittimo chiedersi: cosa avremmo fatto noi, se avessimo avuto la solidità di una leadership come quella che la cancelliera ha offerto al suo paese? Ed è forse qui, in questa semplice domanda, che si nasconde la reale lettura dei dati delle urne.

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