Published On: Gio, Set 19th, 2013

Riforme costituzionali, un inventario da ricordare

costituzione_italiana

di SAMANTA REVERBERI – Il Premier Enrico Letta vorrebbe ammodernare la Costituzione italiana. Nel senso, così com’è, va anche bene, ma avrebbe bisogno di un nuovo look, un’immagine più “trendy”, perché sfoggia quell’aspetto conservatore che, oramai, non le si addice più. Già. L’atteggiamento “futurista” italiano fa ragionare la dirigenza politica nel senso del rinnovamento costituzionale.
Letta vorrebbe, dunque, modificare tale fonte del diritto con una messa in piega al Titolo V, una rinfrescata al sistema elettorale e uno stravolgimento dell’immagine troppo vintage del bicameralismo perfetto, in onore del domani e della modernità. Pioniere del cambiamento? Messia dell’avanguardia? Macché. Diversi sono stati i tentavi di riforma costituzionale (come da registro, molti evaporati nel “non se ne fa più niente”). Qualche esempio?
Regrediamo di trent’anni almeno. Una mini Costituente decide di riformare la Carta. Più precisamente, tra il 1983 e il 1985, la commissione guidata dal Ministro Aldo Bozzi lavora sul tentativo di superare il bicameralismo perfetto: l’organizzazione della partita resta alla Camera (salvo per materie costituzionali, di bilancio, elettorali e tributarie), mentre il Senato può giocare, ma dopo aver alzato la mano. Inoltre, i poteri del Premier crescono, il Presidente può sciogliere il Parlamento fino alla fine dei suoi giorni (di carica), si delineano le funzioni del Consiglio di Gabinetto. Morale? La Commissione ottiene poteri consultivi e le forze politiche chiamate alla discussione non riescono ad accordarsi. D’altronde, con un malloppo di 44 suggerimenti da introdurre, si fa prima a riscriverla la Costituzione.
1992: stavolta la Commissione (riunita in sede referente) è affidata a De Mita, poi sostituito da Nilde Iotti sei mesi più tardi, niente meno che “ex madre costituente”. L’idea di fine Prima Repubblica punta a una forma di governo neoparlamentare affidandosi al meccanismo di correzione della “sfiducia costruttiva”, a diminuire la durata delle legislature e accrescere il potere d’inchiesta dei rami parlamentari. Si discute anche di autonomie locali, forse uno dei temi più amalgamanti vista la lontananza tra i partiti, aggravata dalla precarietà del contesto politico. Con decreto di scioglimento delle Camere, il cantiere chiude nel gennaio del ’94.
La Bicamerale più celebre è stata quella guidata da Massimo D’Alema nel 1997. Si discute di una forma di governo semipresidenziale “soft”, di una forma di Stato che attribuisca competenze legislative generali alle Regioni e poteri regolamentari ai comuni, della riduzione del numero dei parlamentari. In seguito a emendamenti e subemendamenti, il testo definitivo della proposta viene approvato dal plenum della Commissione che opta per un semipresidenzialismo temperato e un blando federalismo. Raggiunti gli accordi sul federalismo flessibile (premessa per la revisione dell’intero titolo V della Costituzione), la commissione perderà il sostegno del gruppo berlusconiano (il Cav commenterà le debolezze dei poteri presidenziali); D’Alema si recherà dal Presidente della Camera per comunicare la mancanza di condizioni politiche per la prosecuzione dei lavori. Tuttavia, c’è chi ammette che la Bicamerale resta un esempio di costituente bipartisan.
Altro fallimento nel 2005, per accennare alla bocciatura, tramite referendum, della riforma di Lorenzago (mirante a una Repubblica federale e un premierato forte) indubbiamente indotta anche dal clima di pressapochismo costituzionale dei partiti, desiderosi ma incerti di stravolgere la II parte della Carta.
Ultima arrivato è il principio del pareggio di bilancio, introdotto in Costituzione nel 2012 e pronto per l’anno finanziario 2014. Di fatto, nel corso della sua storia, il testo del diritto italiano ha subìto revisioni legislative, e la bagarre per stravolgerne intere parti non si esaurisce. La prassi, però, insegna: potremmo trovarci davanti a tutto, e al contrario di tutto.

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