Published On: Lun, Ott 28th, 2013

Addio a Lou Reed, “Angelo Nero” del Rock

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di ANDREA PAPA – Quando nel 1973, per l’etichetta dell’RCA, uscì a New York “Berlin”, il terzo album in studio da solista di Lou Reed, il più cupo, dai toni indiscutibilmente lugubri e drammatici, mia madre aveva undici anni. Proprio in quei giorni, in un’intervista Mick Jagger, storico leader dei Rolling Stones, disse una frase tanto laconica quanto intensa: “è stato Lou a cominciare tutto”.

Lewis Allan Reed si è spento nella mattinata di ieri, domenica 27 ottobre all’età di 71 anni(sì, proprio “on Sunday Morning”, come il suo primo singolo di successo con i Velvet Underground che l’ha lanciato nel pantheon eterno della Musica). Intorno alla notizia si è subito creato il classico tam tam mediatico figlio di quest’era 2.0, con condivisioni impazzite di foto, stralci di testi di canzoni, video, e chi più ne ha ne metta relative all’artista di Brooklyn, tanti anche solo quasi per scrivere il più classico dei “riposa in pace” giusto per far credere ai propri “amici” o follower di sapere chi fosse, e magari anche solo per un minuto e mezzo far credere pure di essere stati suoi fan.

Io l’ho conosciuto Lou. Io l’ho visto, ed ho avuto l’onore di “vivere” un suo concerto, due anni fa. E partendo da questo presupposto non ho paura di dirlo: “Lou mi mancherà”. Sì, perché l’Angelo Nero tanto ha dato, a me, alla Musica, e al Mondo intero.

Lou Reed è stato senza ombra di dubbio uno dei più grandi rocker degli ultimi cinquant’anni, e mi piace ricordarlo immaginandolo a passeggiare sul quel famoso “lato selvaggio”, l’ignoto che lui stesso cantava in “Walk on the wild side” che diventò vero e proprio manifesto di una generazione. Il Maudit dei Velvet Underground aveva subito un trapianto al fegato nel maggio scorso e, proprio per delle complicazioni in seguito all’operazione, è deceduto a Southampton, il sobborgo newyorchese dove si era trasferito con Laurie Anderson, compagna di una vita.

La sua musica nacque per creare scandalo: le diversità, le storie dei “perdenti”, i tossici e gli omosessuali, questi i temi fondanti delle sue canzoni che lo portarono all’incontro con Andy Warhol, e all’esperienza magica dei Velvet Underground: solo quattro album, con dentro delle vere e proprie pietre miliari della storia del Rock quali “Sweet Jane”, “Venus in Furs” o “Pale Blue Eyes”. Poi la sua carriera solista, quell’essenza “punk” così strana e appena abbozzata che ha fatto scuola nell’ambiente newyorchese, l’eroina. Sembrava tutto scritto, sembrava che la maledizione dei “ventisette anni” ricolmi di droghe e alcool avrebbe trascinato via anche lui come Janis Joplin, o Jim Morrison e invece no, al contrario arrivarono i capolavori. “Perfect Day”, uno su tutti. E Lou Reed divenne così uno dei più grandi, una delle pagine indelebili del grande Libro della Storia della Musica.

E allora non mi resta che dire: “grazie Lewis”. Anche se stavolta non sarà come le altre, e non risorgerai più dalle tue stesse ceneri come l’Araba Fenice, Grazie. Grazie di tutto.

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