Published On: Lun, Ott 7th, 2013

Elda Lanza, una vita per la televisione: presentato a Parma il suo nuovo libro

elda lanza uN DUE TRE

di TOMMASO ALBERINI – Di spalle, avvolta in sete dai colori caldi, Elda Lanza siede in fondo alla saletta della Libreria Ubik, in Via Mazzini. Scruta il grande albero disegnato sulla parete, con fare sognante. Le stringo la mano e mi siedo.

-E’ pronta? Mi dica lei quando vuole cominciare.

-Sono qui, dove vuoi che vada? A 89 anni… (Sorride, sul viso ha le rughe della gentilezza senile).

-Ho letto che la prima avventura di Max Gilardi, nel suo primo libro “Niente lacrime per la signorina Olga”, è diventato un giallo per caso, strada facendo. Marco Vichi l’ha definita “una Camilleri in gonnella”. Lei si ritrova in questa descrizione?

-No, è una definizione molto affettuosa fatta da un amico, che certamente mi ha giovato. Ma io e Camilleri siamo molto lontani. I suoi sono gialli “veri”, e soprattutto sono dei gialli concepiti come tali dall’inizio alla fine. Cioè Montalbano si occupa sempre e solo del caso. Nei miei due libri, invece, c’è un nocciolo giallo, ma è tutto il contorno, la storia di Max Gilardi, ad interessarmi. Un po’ alla Simenon, che nei suoi gialli raccontava soprattutto Parigi, le riflessioni e le letture del protagonista, il fumo della sua pipa… E’ lui a piacermi, questo personaggio strano in cui in fondo mi ritrovo. Quando avrò finito il quarto ed ultimo romanzo di questa serie non avrò raccontato semplicemente quattro omicidi, ma la vita di un uomo chiamato Max. Il giallo, insomma, per me è un pretesto.

-“Quasi novantenne, elegante e ancora bella. Femminista, amica di artisti e letterati, prima presentatrice della tv: perfetta eroina di un romanzo, Elda Lanza ne è invece l’autrice.” In questa descrizione del quotidiano torinese “La Stampa”, invece, si ritrova?

-Si, è la mia vita. La mia storia. Sono stata femminista sin da quando è nato il movimento. E’ stato un libro di Simone De Beauvoir, che avevo conosciuto a Parigi perché Jean-Paul Sartre era mio professore alla Sorbona, che una volta preso in mano mi ha fatto capire perché ero nata donna, invece che albero o qualche altra cosa. Ero nata donna perché dovevo occuparmi delle donne, e quindi mi sono data veramente molto, ho lottato a fondo andando a parlare nelle fabbriche.

-Tra le numerose celebrità che nella sua straordinaria e longeva carriera ha conosciuto, da Walter Chiari, a Giorgio Gaber, da Dario Fo’ a Federico Fellini, qual è che maggiormente l’ha influenzata o in qualche modo ispirata?

Posso dire: né una cosa né l’altra. Però, tra tutte le personalità che ha nominato…quello che mi è più caro, perché più vicino alla mia mentalità, perché più vicino anche al mio modo di essere, lo dico tra virgolette, “artista”….è Giorgio Gaber. Era una persona deliziosa, per bene. Una persona che credeva fermamente nelle cose che diceva, come ci credo io. Quindi quando io penso ad una persona che mi assomiglia, pur non essendo io alla sua altezza, trovo che Giorgio Gaber sia quello che più mi è rimasto nel cuore.

-In un’intervista che lei ha rilasciato a Massimo Emanuelli, per storiaradiotv.it, lei parla della tv dei suoi esordi, quindi degl’anni 50-60, come di una tv educativa, pedagogica, nonostante le censure del governo democristiano. Ecco, lei che differenze percepisce tra quel tipo di televisione e quella di oggi che è ormai, forse, più volta all’intrattenimento che altro?

Bè, allora la nostra televisione era come un trenino di quelli disegnati dai bambini, con lo sbuffo di fumo, “ciuf, ciuf, ciuf, ciuf, ciuf”. Adesso è un carrozzone, supertecnologico, che raccoglie di tutto per accontentare tanti, anzi per accontentare troppi. E forse l’errore è qui: quando una televisione, quando un qualsiasi mezzo di comunicazione è gestito dalla pubblicità, e quindi dai soldi, è inutile aspettarsi dei programmi “artistici”, di spessore culturale. E’ così, e non potrebbe essere diversamente.

Arriva il pubblico per la presentazione del suo nuovo libro “Il matto affogato”. Sono soprattutto donne. Elda Lanza inizia a parlare. Parla di come le sia venuta l’ispirazione per i due libri, nella casa dell’amica sul mare. Parla della nonna, cuore siculo, che non sapeva leggere e si faceva recitare Pirandello, nostalgica della bella Sicilia. Parla dell’esordio in televisione, del lavoro avuto quasi per caso, perché la sua voce “prendeva allo stomaco” l’allora sconosciuto Franco Enriquez. Parla dei 14 provini davanti alle telecamere, per far sentir la propria voce ai critici che le dicevano “dica qualcosa, qualunque cosa”, e allora giù a ripetere gli esami di filosofia, che stava intanto dando alla Cattolica di Milano. Parla molto Elda Lanza, e tutti l’ascoltano col riguardo che si ha per gli anziani, per chi è saggio, per chi ha vissuto così intensamente.

Ci tengo a dire un’ultima cosa” –l’espressione è malinconica – “c’è un aneddoto, che ho inserito anche nel terzo libro che sto scrivendo, che è in realtà un libretto teatrale scritto dall’a me caro Gaber, “Il Grigio”. Un signore, grigio d’animo e d’aspetto, compra una vecchia casa in campagna, lentamente mangiucchiata da un topo. Il roditore diventa la sua ossessione e allora fa di tutto per ucciderlo, sfiorando il delirio. Finalmente una mattina scopre che le sue trappole hanno funzionato e con soddisfazione si libera del cadavere. Non fa in tempo a gioire che sente di nuovo quel rumore, quell’odiato sgranocchiare tra le travi. Era tornato, il topo era tornato. Il cancro di Giorgio Gaber, di cui poi è morto, era tornato”.

Si applaude.

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