Published On: Mer, Ott 16th, 2013

Esempio Alitalia: se lo Stato è un “tuttofare”

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di SAMANTA REVERBERI – Pur celata da pubbliche felicitazioni, la salvezza Alitalia è modello tangibile dello zampino statale (che non ha poi così tanto il passo felpato). Il trascorso della compagnia aerea testimonia come sia passata da un pieno controllo gestionale da parte dello Stato (prima tramite l’IRI, poi il Ministero del Tesoro) almeno fino agli anni ’90, arrivando ad essere gestita dalla CAI (Compagnia Aerea Italiana) dal 2009 in poi. Oggi, si presta alle incursioni di altre realtà che cercano di salvarla da un deficit economico cronico, tra cui le Poste Italiane, che hanno alzato la manina proponendo 75 milioni per la ricapitalizzazione.

Prendendo ad esempio Alitalia, dunque, quanto effettivamente il gioco di ruolo del governo è funzionale al soccorso di un’impresa in crisi di importanza nazionale? La formuletta su cui ragionare sarebbe circa: con la partecipazione statale, l’ingranaggio si è inceppato; con l’aiuto di quella privata pure…e adesso? Quale soluzione, e a che prezzo?

Sintetizzando l’iter delle vicende, ricordiamo che la compagnia aerea incontrò le prime difficoltà agli inizi degli anni ’90, subendo un primo tentativo di privatizzazione nel 1996, poi sfumato a causa del protrarsi dell’ingerenza statale nella realtà aziendale attraverso il Ministero del Tesoro, mantenuto durante il governo Prodi. Le turbolenze dell’impresa erano solo agli inizi: dopo l’attentato dell’11 settembre, infatti, la crisi del settore turistico le spezzò le ali, fino a spingerla vicino alla bancarotta. Fu nel 2006 che Prodi decise di vendere il 39% delle quote possedute dal Ministero del Tesoro, mentre Pier Luigi Bersani (che all’epoca si occupava della trattativa) poneva le basi per una negoziazione fallita in partenza, spacciando Alitalia come un’attività in effettivo pieno stato di salute.

L’anno successivo, si decise di pranzare ancora al tavolo degli accordi, riaprendo la trattativa con la -precedentemente privatizzata- Air France-KLM, subendo, tuttavia, una debacle quando l’azienda fu spinta a ritirarsi dalla ricapitalizzazione. Questa volta la mossa era stata velata e politica: mentre Berlusconi conquistava voti alle elezioni, esortava al salvataggio privato della compagnia aerea, nel nome dell’italianità. In seguito alla vittoria del Cav, la parte commestibile della mela marcia (quella “in buone condizioni” di Alitalia) fu rilevata dalla CAI per meno di 300 milioni, ben lontani dalla cifra offerta in precedenza da Air France- KLM. Lo Stato aveva perso, perché la politica, per la seconda volta, aveva detto “no”. La parte “cattiva” di Alitalia rimase in mano governativa (con l’esubero di migliaia di lavoratori cui è stata corrisposta la cassa integrazione 7 anni), mentre la CAI, presieduta da Roberto Colaninno e composta anche dal gruppo Marcegaglia, famiglia Caltagirone, da Marco Tronchetti Provera, gruppo Benetton, gruppo Riva e Intesa San Paolo, sfornava conflitti d’interessi tra i suoi membri e lo Stato, essendo alcuni concessionari dello stesso (Tronchetti Provera per la telefonia, Marcegaglia, allora, presidente di Confidustria).

Con il rinnovato salvataggio di questi ultimi giorni, le Poste Italiane partecipano al risanamento di Alitalia guidate dall’amministratore delegato Massimo Sarni, seguendo l’aiuto di Air France-KLM (‘sta volta ce la fa) che contribuirebbe al 25% della quota. Qui la formuletta sarebbe: poste Italiane significa Stato; Stato significa italiani, contribuenti; salvezza della compagnia significa rimediare agli errori degli ex-azionisti. Nel rattoppare, poi, i buchi delle imprese, oltre a formulare “golden power” del governo per controllare collassi aziendali, come Telecom, si invoca spesso il soccorso della Cassa Depositi Prestiti, l’intermediario statale costruito sui risparmi postali dei cittadini.

Le diverse realtà allarmanti (più numerose rispetto a quelle accennate), indossano quindi la maschera del tricolore e dell’italianità, attraendo politiche recidive e irresponsabili, più che vere logiche di mercato, e riflettendo la dubbia efficienza del ruolo economico dello Stato (a sua volta già in crisi).

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