Published On: Mer, Ott 9th, 2013

Giovannino Guareschi (settima parte)

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orrendo

di DANILO COPPE – Nel 1948 Luigi Einaudi fu eletto presidente della neonata Repubblica Italiana. A Guareschi piaceva la sua capacità di amministratore della cosa pubblica. Einaudi possedeva un’azienda vinicola a Dogliani in Piemonte. Nel 1950 una bottiglia di Nebbiolo di tale azienda finì purtroppo sul tavolo di Guareschi che, leggendone l’etichetta, mancò poco che si strozzasse col primo sorso. La bottiglia riportava sull’etichetta la scritta “Il Vino del Presidente”. Una caduta di stile che Giovannino visse come un vero abuso di potere: “Se il primo cittadino della Repubblica si permette questi arbitrii, che può essere concesso all’ultimo?”. Così pubblicò una vignetta che riproduceva fedelmente l’etichetta aggiungendo la frase: Brindate Einaudi!Dopo un paio di uscite di quel tenore attese di veder ritirate le bottiglie con l’infame etichetta. Niente da fare. Così iniziò a produrre un tripudio di vignette, sempre con lo slogan Brindate Einaudi, quale nuovo tormentone: ora la bottiglia di Nebbiolo diventava un cannone, ora le bottiglie erano i corazzieri sull’attenti al passar del presidente claudicante, con tanto di bastone. Due parlamentari fecero un’interrogazione e così la Procura della Repubblica di Milano aprì un procedimento per “offesa all’onore ed al prestigio del presidente”. In attesa del processo cosa avrà mai fatto Giovannino? Ovviamente non sospese l’attacco ma lo centuplicò. Si fece il suo solito autoritratto di omino baffuto, stavolta incatenato a due bottiglie di Nebbiolo, come Pinocchio fra i gendarmi. Poi si dipinse come condannato alla fucilazione; ma mentre lui era al muro chi lo colpiva erano i tappi delle bottiglie di Nebbiolo. All’approssimarsi dell’udienza ecco l’omino sotto una grande bottiglia sospesa sulla sua testa legata con filo sottile a mo’ di “Nebbiolo di Damocle”. Dipinse un ubriaco appoggiato ad un lampione. Due poliziotti lo guardano poi dicono: “Non possiamo arrestarlo, è ubriaco di Nebbiolo, la sbornia è legale!”. E ancora: una vignetta riproduceva Stalin mentre brindava col Nebbiolo; Einaudi seduto al tavolo presidenziale che aveva per gambe quattro bottiglie di Nebbiolo. Alla vigilia del processo Guareschi si disegnò dietro a sbarre costituite da bottiglie di Nebbiolo. Sotto l’occhio dei giornalisti di mezzo mondo, il processo di primo grado finì con un’assoluzione con formula piena perché il fatto non costituiva reato. Sembrava la vittoria del buon senso e del “Diritto a sorridere”. Furono fatti brindisi a casa Guareschi, ovviamente col Nebbiolo. Ma il Procuratore Generale, indispettito, ricorse in appello. In tal sede, il 10 aprile 1951, Guareschi venne condannato ad otto mesi di reclusione con sospensione della pena in quanto incensurato. Avrebbe dovuto rigare dritto per cinque anni. Invece… Accadde che ad un pranzo di gala l’allora Primo Ministro De Gasperi invitò Guareschi al suo tavolo e cercò di convincerlo a sganciarsi dalla lotta ai comunisti, poiché potenziali futuri alleati di governo. Ne seguì anche una strana “pressione” attraverso l’allora Ministro dell’Interno Scelba, che attraverso modi gentili e autoritari sembrava “voler persuadere” Guareschi di sposare la causa degasperiana. Giovannino non gradì, poiché la minaccia sovietica era, effettivamente, più viva che mai. Considerando quindi De Gasperi un pericolo per l’Italia, inizio il solito bombardamento di vignette satiriche sul Candido, con De Gasperi e Scelba protagonisti assoluti. Il Nostro arrivò persino a scrivere che nelle elezioni del 1953 non aveva neanche votato per la Democrazia Cristiana. Un vero affronto, che fece ritrovare Guareschi fra i tre fuochi, democristiani, Vaticano e comunisti. Persino gran parte del mondo giornalistico gli voltò le spalle dopo che lo scrittore di Fontanelle aveva finto di istituire un premio chiamato POG (premio obiettività governativa) cui potevano concorrere tutti i giornalisti più conformisti, più asserviti al potere, quelli schierati sempre col più forte. Fu allora che un tale si presentò a Guareschi offrendogli due lettere, a firma di De Gasperi e datate 1944; in una delle due il futuro primo ministro, negli ultimi anni del conflitto al vertice della Resistenza, usando la carta intestata del Vaticano, invitava caldamente gli Angloamericani a bombardare Roma per convincere i più riottosi a schierarsi con loro. Allegati alle fotocopie c’erano una serie di autenticazioni di vario genere. Ma, a contribuire a convincere Guareschi che le lettere non erano dei falsi, c’era anche il fatto che gli sarebbero state consegnate gratis. Insomma nel gennaio del 1954 le pubblicò. Ne seguì una querela da parte di De Gasperi, per diffamazione a mezzo di documenti falsi. Carteggi che ovviamente mettevano ombre sulla Resistenza nel suo periodo di massimo fulgore. Una vera e propria “lesa maestà”. Guareschi si ritrovò più isolato che mai. Persino il suo editore, Angelo Rizzoli, volle prendere le distanze. Manco a dirlo il processo fu fissato per direttissima. De Gasperi, disgustosamente, scelse come suo avvocato proprio quel Delitala che aveva difeso Guareschi nel processo per le vignette del Nebbiolo. L’avvocato altrettanto disgustosamente accettò l’incarico e si trasformò persino in teste contro Guareschi, forte, a sua detta, della conoscenza pregressa. Uno squallore assoluto. Un processo farsa, come ce ne sono tanti anche oggi. Un processo dall’esito scontato in partenza. Il magistrato si rifiutò di ascoltare dieci testimoni della difesa e soprattutto negò la possibilità di effettuare un arbitrato fra perizie calligrafiche contrastanti. Guareschi fu condannato ad un anno. Cui si sommarono gli otto mesi sospesi per il processo del Nebbiolo. Tutti avrebbero scommesso sull’esito opposto in Appello. Ma Guareschi, offeso nell’animo, testardamente, rifiutò di ricorre al secondo grado del processo. E, assurdamente, risentì, dopo vent’anni dalla fine della guerra, chiudersi la porta di una prigione dietro le spalle.
(continua)

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