Published On: Gio, Ott 3rd, 2013

Guccini, “Dizionario delle cose perdute”: la recensione di Alessandro Costantino

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di ALESSANDRO COSTANTINO – Un libro caro questo, a chi come Guccini ha vissuto la fine di un secolo fatto di cose genuine e di rapporto con le cose  solo ed esclusivamente in quanto tali, oggetti usati e non idolatrati, gesti di come si utilizzano le cose dando loro una sacralità che non ha nulla che vedere con gli status simbol di adesso. Non è un caso che sulla copertina vi sia un galeone disegnato è un messaggio chiaramente subliminale, un viaggio tra quello che è stato e quello che potrà divenire.

Come tutti quelli che hanno avuto un’infanzia fatta di sacrifici, ad  avere poche cose e di doverle consumare, non certamente avere la smania di cambiare per il gusto di avere cose nuove ,vede con una punta di amarezza tutto quello che invece le generazioni successive, come anche la mia ha. Guccini riesce a fare un’analisi  lucida, dove riesce a cogliere come le generazioni successive alla sua ,incanalano le frustrazioni, la scarsa capacità di trovarsi per il gusto di stare insieme e non solo per noia, non per convenzione con  questo abbuffarsi di oggetti.
“ Il Dizionario delle cose perdute “ non ha nulla di nostalgico, è un’analizzare i vari cambiamenti che attraverso la propria crescita, quella di Guccini, è parallela al mondo che lo circonda.

È una prosa leggiadra fatta con l’ironia che contraddistinguono Guccini, questo suo narrare è un trasportare le cose e i gesti dal ricordo alla rappresentazione e da bambino arriva all’età adulta e si confronta con le cose di adesso dove tutto è apparentemente più semplice, ma forse meno genuino il nostro porci con gli altri e con noi stessi, siamo divorati dalle cose, siamo oppressi dalle cose, mentre nel raccontare del poeta ogni cosa aveva un suo preciso posto, utilizzo e valore.

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