1376476_10202264417601262_182289501_n

di TOMMASO ALBERINI – “Il segreto di Angela” è il libro che è venuto a presentare qui stasera alla Libreria Ubik. E’ il suo ultimo successo, con 4 o addirittura 5 stelle su tutti i siti web, recensito  come “uno spericolato esempio di romanzo rosa disciolto in un romanzo giallo, di avventura picaresca turbata da tentazioni erotiche”. E invece il suo, di segreti, per una ricetta letteraria così innovativa, qual è?
Sì, è vero. Questo libro sta andando benissimo, e ne sono alquanto stupito. E’ un libro particolare, un po’ “pazzerello”. E’ in realtà una parodia, una presa in giro di un certo genere: il rosa avventuroso. Ma è una parodia narrata con la tecnica della “meta-narrazione”, cioè del romanzo dentro al romanzo. Angela ha un rospo da sputare, un segreto custodito da tanto, troppo tempo. Decide dunque di raccontarlo allo spasimante, il dirimpettaio Amedeo, che tuttavia non le dedica mai la necessaria attenzione. E allora Angela lo scrive, questo segreto, imprime sulla carta i suoi scheletri nell’armadio, tramandando in forma “romanzesca” la sua personale avventura, mirabolante e assurda.

Ma “Il segreto di Angela” non è il suo unico successo. Nel 2010 il suo romanzo “Prenditi cura di me” scivolava nella rosa dei 12 finalisti per il prestigioso Premio Strega. Le tematiche affrontate, tuttavia, erano molto diverse, molto più “profonde” e “amare”.  E’ un dipinto cupo, grigio. Niente a che vedere con la frizzante tavolozza di colori usata per raccontare “La casa di ringhiera” e i titoli successivi.
E’ vero, “Prenditi cura di me” è un libro molto diverso da quelli della serie “La casa di ringhiera”, di cui fa parte anche “Il segreto di Angela”. E’ un libro amaro, crudelissimo nei confronti delle nuove generazioni…ma tutto sommato anche delle vecchie. Non faccio sconti a nessuno, e non do certo la colpa ai giovani: se ormai si hanno valori di incongruenza, di assoluta incapacità di commisurarsi con l’esistenza e col dolore, non è responsabilità solo loro, ma anche delle generazioni precedenti, che non sono state in grado di trasmettere il bagaglio culturale di ideali intrinseco in essi e, ormai, andato perduto. Il rapporto-metafora, nel libro, è tra un quarantenne “bamboccione” che non ha mai saputo “ingranare” nella vita, e una madre ormai anziana, terrorizzata dalla solitudine, che lo tiene al guinzaglio con la promessa di un gruzzoletto nel testamento.

Veniamo alla sua carriera da scrittore. Ho letto che è iniziata piuttosto “tardi”, nonostante lei scrivesse da tanto, col successo di “L’errore di Platini”. Lei di recente ha commentato la cosa dicendo “Meglio esordire a 50 anni che a 20”. Come mai è convinto di questo? Espressione insolita!
Innanzitutto “L’errore di Platini”, che è stato pubblicato nel 2006, io l’ho scritto nel 1987. Quindi ero abbastanza giovane. Vari editori mi avevano messo alla porta dicendo “questo libro fa schifo, lei mi ascolti: cambi mestiere”.  Ma non alla Sellerio, dove, credevo, mi avevano dato una risposta di routine: “il libro ci interessa ma il momento non è dei più propizi, ritorni più tardi”. Passano quasi vent’anni. Ho il record d’attesa tra la presentazione e la pubblicazione di un libro. Nel 2005 mi chiamano, dalla Sellerio, e mi dicono che è arrivato il momento di pubblicare “L’errore di Platini”. Ripensando poi all’epoca in cui lo scrissi, quando avevo meno di trent’anni, mi chiesi cosa sarebbe successo se me lo avessero pubblicato allora. Mi sarei montato la testa, ecco. Come capita a tutti i giovanissimi con un barlume di successo. Non avrei retto, col senno di poi sono contento dell’attesa e della vecchia e sana “gavetta” d’esperienza che ho fatto nel frattempo.

Tornando a parlare dei giovani…presentando un suo libro in una scuola, una classe a cui l’aveva già presentato è tornata nell’aula dove stava parlando ad altri alunni, e lei sorpreso ha creduto che gli studenti fossero rimasti folgorati dalla letteratura. Invece l’insegnante le ha poi chiarito che era per punire le loro troppe chiacchiere, che li aveva riportati. Pensa che la scuola abbia perso il suo ruolo di educatore alla lettura, e quindi alla curiosità, alla cultura?
Devo dire che io mi occupo principalmente della pubblicazione di libri scolastici. Tuttavia ci sono effettivamente degli studi statistici che dimostrano come “l’età del lettore accanito” si collochi intorno agli 8-10 anni, mentre gli adulti sono molto più disposti ad “investire” nella lettura dei figli piuttosto che nella propria, forse spinti dal fattore educativo. Durante le scuole medie si perde poi il 90% dei lettori, che “migra” verso altri interessi. Il 10% rimanente andrà quindi a costituire lo zoccolo duro dei lettori e delle lettrici, e rimarranno tali per il resto della vita (si spera). Con questo non voglio colpevolizzare la scuola, ma quell’aneddoto è accaduto davvero. Forse è ancora radicata, purtroppo, la “vecchia” concezione che la lettura per i bambini dev’essere una punizione, e non un piacere.

Lascia una Replica

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: