Published On: Mer, Ott 23rd, 2013

Il mito della Stabilità

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di MASSIMILIANO PARENTI – Un paese stabile è un paese che funziona,  è un’utopia che tutti vorremmo e che forse non esiste da nessuna parte, dove ogni tassello fa il suo dovere e lavora per il famoso bene comune, un’espressione che però nella storia ha avuto significati sempre diversi. Calata nel mondo contemporaneo, questa formula sembra applicarsi al Pil. Viene da sé – sappiamo tutti come sta andando – che la stabilità oggi è un mito e un tabù, una parola vacua, utile più a far rilassare temporaneamente animi e pance che a risolvere i veri problemi. Letta & Co., che sbandierano queste “innovative” proposte in tutti i telegiornali, sanno che anche i meno affini al loro mestiere cominciano a mangiare la foglia. I disegni di legge che portano quella parola sono come un cerotto per risolvere un’emorragia, hanno una durata che va a scadenza e quest’ultima è a termini sempre più stretti perché sa di chiedere soldi a chi di soldi non ne ha più, a chi è soggiogato da una pressione fiscale fantascientifica unita all’odio viscerale per il potere eletto che da troppo tempo sembra non fare l’interesse dell’elettorato e del cittadino scontento.

Purtroppo stabilità è un concetto troppo arbitrario nelle loro bocche e, per chi vive in questo paese ed è deciso a rimanerci, non fa rima con crescita, né con sviluppo sociale. La “stabilità” di Letta è sinonimo al cento per cento dell’”equità” di Monti e vuol dire svendere il paese alla Bce, evitare il collasso delle banche, rassicurare i mercati che qui da noi va tutto bene. Per farla breve – a costo di sembrare un’espressione grillina – perpetrare la politica dei banchieri. Mantenere il sistema bancario intatto è importante perché agli occhi dell’Europa il nostro bel Paese deve sembrare forte, audace, integerrimo con gli evasori fiscali e con i disonesti (sono parole loro), con un serio impegno a risanare il debito pubblico con un interesse che non è umanamente colmabile. Sarà sufficiente un “passo alla volta per uscire dalla crisi”(altra espressione lettiana), per garantire all’Italia un futuro?

Nell’essere ormai abituato a numeri, statistiche, titoli, borse, bot e spread mi tornano in mente le parole di Bob Kennedy, fratello del presidente americano, il quale in una conferenza universitaria nel 1968 disse parole memorabili: << Il Pil non tiene conto della salute delle nostre famiglie, della qualità della loro educazione o della gioia dei loro momenti di svago. Non comprende la bellezza della nostra poesia, la solidità dei valori famigliari o l’intelligenza del nostro dibattere. Il Pil non misura né la nostra arguzia, né il nostro coraggio, né la nostra saggezza, né la nostra conoscenza, né la nostra compassione, né la devozione al nostro Paese. Misura tutto, in poche parole, eccetto ciò che rende la vita veramente degna di essere vissuta. >>
Ricordiamoci che il nostro progresso sociale, la nostra vera stabilità nazionale, non è data da numeri e statistiche, ma dal patrimonio individuale che rappresentiamo.

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