Insulto1

di MASSIMILIANO PARENTI – La politica contemporanea si articola nella differenza, non sempre chiara, tra elettorato e pubblico. Un uomo politico che parla alle folle per ottenere consenso necessita oggigiorno forse più di quest’ultimo gruppo: il pubblico è il vero rappresentante delle deleghe del potere, ma non è mai uno spettatore informato, può essere anche quello di X Factor o del Grande Fratello, dove la comunicazione è filtrata attraverso personaggi di rilievo che ne fanno parte.

Inutile rimarcare il fatto che il “pubblico” non vuole messaggi, non brama idee o stravolgimenti sociali quando assiste, proprio perché svolge quest’attività in modo passivo: è sufficiente l’immagine, il tono fiero e deciso, la certezza della verità in tasca, che è fondamentalmente l’essenza dello slogan pubblicitario. È lì che si compie la scelta. Quando un cittadino è chiamato alle urne dovrebbe avere bene in testa questa differenza: la politica non è un teatro, non esiste un backstage, non ci sono selezioni e il percorso di un paese avanza senza l’audience o un telecomando. L’economia non è un gioco a premi, non si può “scavicchiare” un bot o un titolo di stato e cambiare pacco se le cose non aggradano.

Il politico contemporaneo ha bisogno di un palco proprio come un aspirante cantante si rivolge a Morgan e alla Ventura, solo che sono i cittadini a fischiare o a cantare inni e – in definitiva – a mettere una X su questo o quel simbolo.

In tutto questo, un elemento innovativo che esprime al massimo la vera natura che la politica ha assunto nell’era dei social network e della crisi del non-ritorno è ovviamente quello dell’insulto.

Si badi bene, talvolta offendere un personaggio che lo meriti, senza il bisogno di fare nomi (Santanché, Borghezio, Razzi) è tanto un dovere quanto un diritto: nel privato è un’esperienza che viviamo quotidianamente quando quelle simpatiche fattezze compaiono in ogni canale della televisione e nessuna ragione al mondo ci esime dal farlo con la bocca impastata di disprezzo. Ma questo non ha nulla a che vedere con il fatto che l’insulto non possa – e non debba – in alcun modo essere il contenuto di un programma né il punto di riferimento per l’adesione al pensiero di un uomo politico: questo è da evitare perché per sua stessa natura l’insulto è scevro di contenuti, è basato sul nulla se non sull’annientamento dell’altro, non è la forza motrice di una riforma e non risolve il problema, sebbene lo esorcizzi. La satira è un’arma potente – una delle migliori, indubbiamente – per assecondare il malessere sociale e mettere a nudo chi si ricopre da sé di ridicolo, ma non dobbiamo sperare che diventi un sostituto di un programma: le idee – quelle vere – hanno bisogno di essere presentate e ascoltate da menti e orecchie, di articolarsi dialetticamente come stimoli per essere recepite per quello che sono (buone o cattive che siano): ma questa, si sa, è fantascienza.

Lascia una Replica

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: