Published On: Ven, Ott 4th, 2013

La politica è percezione

parlamento7

di MASSIMILIANO PARENTI – Il filosofo inglese Berkeley sosteneva che tutto è percezione. Sottoscrivo.  Nel campo della politica poi questo motto andrebbe scolpito nel cuore, annunciato ad ogni campagna elettorale, esposto nelle cabine al momento del voto, cosicché ci ricordi che non esiste nulla di certo e assoluto, siamo noi i filtri della realtà in grado di legittimarla. Il ruolo che la politica esercita nella nostra vita – oggi senz’altro un fattore più marginale di quanto dovrebbe essere – ha attraversato la storia sotto diverse declinazioni. Il Novecento, il secolo delle guerre totali e degli omicidi di massa, è stato anche il tempo delle ideologie. Il socialismo, il fascismo, il comunismo, il liberalismo, sono manifestazioni delle idee che si esprimevano dialetticamente nel mondo, spesso con visioni unilaterali e incompatibili.

L’ideologia è un’appartenenza, una delega, si fa qualcosa in vista di un fine che è interno al programma stesso del partito che le rappresenta. Non permette di confondere (danno gravissimo che porta alla vera antipolitica) tra l’istituzione politica in sé e chi la rappresenta in quel momento. I politici sono attori che interpretano un ruolo che è l’espressione della credenza a cui sono tanto devoti. Ma il nostro tempo è ancora quello delle ideologie? Pochi sosterrebbero questa tesi. Uno dei punti salienti che contraddistingue la crisi delle ideologie (e – forse in maniera più grave – delle idee) del nostro tempo è proprio il fatto che il programma, la tendenza di un partito di rappresentare un’area politica come il centrodestra o il centrosinistra, viene espressa da una singola persona che diventa la chiave assoluta del successo o del fallimento dell’intera area.

Si parlerà dunque di leadership, un concetto chiave per la lettura di alcune statistiche come i sondaggi elettorali. Grazie ai mezzi di comunicazione, che permettono ai personaggi di primo piano del tempo di entrare in ogni casa, l’opinione pubblica tende a una lettura della realtà che propende a privilegiare la persona piuttosto che le idee che esprime il programma. Se si crede che questo fenomeno sia limitato all’Italia berlusconiana  (che è senz’altro colpevole di aver lasciato a un uomo politico il controllo del palinsesto), purtroppo c’è da sottolineare che questa non è una peculiarità made in Italy. La sicurezza nell’esposizione, il carisma nei comizi pubblici e la competenza (reale o fittizia) che si dimostra con il contendente privilegia personaggi che, al di là della loro posizione politica, riescono a imporsi come i vincenti del loro tempo. È vero che leggendo queste parole si potrebbe capire cosa è successo a Febbraio alla triade Berlusconi-Grillo-Bersani (scegliete voi chi dei tre le esprime meglio), ma potremmo spostare l’occhio dal nostro amato-odiato paese per rivolgere le nostre attenzioni ad esempio in Germania dove la cancelliera Merkel ha appena ottenuto il terzo mandato, oppure negli Stati Uniti dove l’aura mistica che avvolge un presidente è destinata a farne un santo o un peccatore. Un esempio lampante fu Clinton: chi si ricorda quali riforme propose durante i suoi due mandati? Chi invece alla lettura del nome ha immediatamente pensato alla Levinsky?

Politica è percezione, dunque: eppure questo è un sintomo di una crisi patologica del pensiero contemporaneo, che delega l’individuo a una figura vincente chiamata come un paladino a risolvere tutti i suoi problemi.

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