Assemblea Nazionale del PD

di DIEGO GUSTAVO REMAGGI – La vecchia manovra finanziaria cambia nome ma non la sostanza: Legge di stabilità. Un nome e un obiettivo preciso: agire sul cuneo fiscale per riuscire nella fatidica impresa di rendere più sostanziose le buste paga di fine mese per i lavoratori dipendenti. Dopo il taglio – praticamente un dimezzamento – dei fondi per riuscire a portare a termine tale missione (2,5 miliardi invece dei 5 iniziali, tra riduzione dell’Irpef sui redditi medio-bassi da 1,5 miliardi, limatura dell’Irap sul costo del lavoro da 40 milioni e minori premi Inail per 1 miliardo) è sembrato subito evidente che ogni buon auspicio si sarebbe presto trasformato in una beffa. Anche perché i 3 o i 14 euro al mese di guadagno in più – al massimo -, non si possono chiamare in altro modo, se non con termine che rasenti il nulla o uno scherzo, appunto.
Dalla scorsa settimana si sta cercando di trovare un’escamotage per cercare di rendere, almeno visibilmente, meno ridicolo questo incentivo per far ripartire l’intera economia e l’unica strada – come molti soloni ripetevano sin dall’inizio – sembra quella di ridurre drasticamente il numero di coloro che potranno beneficiare degli stessi incentivi. D’altronde proprio coloro che meno ne hanno bisogno si sarebbero visti arrivare in busta paga aumenti come 7euro (e si parla di un dipendente con 35mila euro annui di reddito) o persino 2euro in più (con 50mila euro annui). Soldi che, ad onor del vero, hanno un’importanza davvero tragicomica.
Era possibile pensarci prima? Probabilmente sì, dato che non è una novità il fatto che non tutti abbiano bisogno di buste paga più pesanti di qualche “caffè” sullo scontrino, ma sembra che il governo abbia – sempre con i suoi tempi – capito che è proprio questo l’ambito in cui agire: ridurre la platea dei beneficiari dai quasi 16milioni di lavoratori dipendenti ai quasi 8 che guadagnano fino a 20-22mila euro. In questo modo per le fasce più alte, che resterebbero tagliate fuori, non cambierà nulla, ma sarà possibile aumentare il benefit per famiglie che ne hanno realmente bisogno. I bonus diventerebbero più sostanziosi, anche se sempre ben lontani dal poter risolvere una situazione di ancora difficile ripresa: 200 euro all’anno anziché 172 per redditi di quasi 15mila euro e 176, anziché 151, per quelli attorno a 20mila. L’idea, vincente o meno ancora non è dato saperlo, sembrerebbe quella di accorpare tali aumenti in modo da poter recapitare ai lavoratori una sorta di 14esima, quindi evitare di spalmare la cifra totale in mini-premi mensili.
Ad occuparsi di ogni ipotetica soluzione sarà il Parlamento e non è escluso che si decida di trovare altre risorse e rendere più dignitosa una riduzione dell’Irpef che, al momento, suona come una presa in giro, un ritocchino plastico dai risultati più che scadenti anziché una vera operazione a cuore aperto. Qualcosa si potrebbe recuperare, ad esempio, grazie al contributo di solidarietà da parte delle pensioni dorate, soluzione di cui si torna a parlare più che abbondantemente: contributo del 5% per chi ha una pensione di 150mila euro, 10% per chi prendi 200mila euro, 15% per chi raggiunge la cifra stellare di 250mila euro. Il tutto da formalizzare con una trattenuta Inps in modo da evitare che, come già accaduto in passato, la Corte Costituzionale prenda la parola per bocciare una misura invece giustissima.
Inaccettabile rimane il “regalo” alle banche che è stato inserito quasi in sordina nella stessa Legge di stabilità (alla voce “revisione del trattamento fiscale delle perdite su crediti delle banche”): una anticipazione delle detrazioni fiscali su Ires e Irap che potrebbe ridurre il loro carico fiscale di ben più di un miliardo di euro nei prossimi anni. La norma, richiesta a gran voce dall’Abi, ha una ragione molto semplice e precisa: entro pochi mesi inizieranno i controlli della vigilanza comunitaria sul patrimonio bancario per il passaggio alla vigilanza europea e gli istituti italiani sono già all’opera per mettere in ordine i propri bilanci, non di rado colpiti da perdite ingenti come accaduto per Intesa Sanpaolo e Unicredit. Il governo Letta ha deciso di dar loro una mano, ma senza fare i conti Federconsumatori, Adusbef, Codacons, che già promettono di ostacolare con “tutti i mezzi legali” una Legge farsa, che introdurrà sgravi fiscali e farà aumentare gli utili alle banche, un duplice regalo che “mette gli interessi degli Istituti davanti a quelli dei cittadini”.
A storcere il naso, d’altronde sono un po’ tutti, dalle imprese ai sindacati. Cigil, Cisl e Uil hanno annunciato uno sciopero di quattro ore, con manifestazioni territoriali ancora da gestire, da mettere in campo entro metà novembre per chiedere sostanziali cambiamenti alla “finanziaria”, su cui avevano già espresso un giudizio più che negativo.
Le modifiche comunque ci saranno eccome, a prevederle è lo stesso ministro dello Sviluppo economico Flavio Zanonato, che ha anticipato il potenziamento della Legge di stabilità in alcuni ambiti: “Complessivamente è una legge che coglie tutti gli aspetti, ma non ha i numeri che piacerebbero anche a me, è una misura più apprezzata per la parte qualitativa che per la parte quantitativa, che si vorrebbe più importante e cercherò di impegnarmi in questa direzione. Ci sono elementi – ha concluso il ministro – che consentiranno di aumentare il Pil nel prossimo anno, questa è la sferzata che siamo stati in grado di dare”.

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