Published On: Lun, Ott 14th, 2013

Tra politica e letteratura, Enrico Pandiani racconta l’Italia spezzata

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di TOMMASO ALBERINI – Mezzo secolo di eleganza torinese attende stipato in una poltroncina. Si alza e saluta, la sua imponenza fisica è mitigata dalla cordialità dello sguardo, profondo e gentile. Presenta subito una “erre” forte, ma non strascicata alla parmigiana, più pungente. E’ Enrico Pandiani, scrittore, grafico, fumettista. Poliedrico.

Inizio l’intervista.

Partiamo con le presentazioni. C’è chi, nel recensire lei e il suo libro, ha scritto: “Il romanzo sembra scritto da un francese, o da un inglese, per il modo in cui costruisce i personaggi, dandogli un sapore più interessante, rendendo credibili i crimini”. Lei si ritrova in questa descrizione? Davvero non si sente italiano, per il suo modo di scrivere gialli?

No, io mi sento italianissimo. Posso solo dire che i miei riferimenti più forti non sono italiani…sono tutti francesi, americani, qualche inglese. I miei riferimenti letterari del genere non sono mediterranei, diciamo. Non mi ci ritrovo come storie, come personaggi e nemmeno come sono scritti. Senza stare a giudicarli.

Quindi…Agatha Christie, Fred Vargas, Arthur Conan Doyle, Edgar Allan Poe, Simenon, Larssen…sono tanti I grandi giallisti di ieri e di oggi. In quale si rispecchia maggiormente? Quale l’ha ispirata di più?

Di questi che mi ha citato…credo nessuno. Gli scandinavi come Larssen non mi dicono assolutamente nulla, ho invece apprezzato molto alcuni romanzi della Vargas. Tuttavia a me piace definirmi quasi “chandleriano”, nel senso che mi invento le mie storie senza leggere cronache nere o altro, do importanza al lato umano dei personaggi che creo, non direttamente alle loro azioni. Mi piacciono insomma i gialli realisti, e non realistici. Il mio è quasi un ritorno ad un certo tipo di scrittura, che ho però tentato di rendere mio. Soprattutto i francesi Manchette, Malet o anche i più classici Chandler o Hammett…sono loro i miei modelli.

Parliamo ora del suo ultimo libro, quello che è venuto a presentare qui stasera: “La donna di troppo”. La protagonista, e colonna portante della storia, è Zara Bosdaves. Ex sbirro, si trasferisce a Torino col compagno nero Francois; lui gestirà un locale destinato al successo, lei continuerà la lotta contro il crimine da investigatrice privata. Ma cosa c’è davvero dietro a questo personaggio femminile così forte? Così sensuale ed impavido, eppure fragile, che fugge per rifarsi una vita?

Il personaggio nasce da un romanzo breve, “La testa e la coda”, che ho scritto per la più antica distilleria di grappa italiana. In quelle pagine Zara Bosdaves è ancora un’ispettrice della questura di Vicenza, le cui indagini su due omicidi la porteranno a scoprire anche la storia della distilleria di grappa. Da subito però emerge un personaggio tormentato. Una donna di mezza età, un po’ sciupata, che si porta sulle spalle una vita di fallimenti. Il romanzo finisce in malo modo e lascia intendere inevitabilmente un preludio per una nuova storia, in cui Zara prende in mano la sua vita e decide di voltare pagina, a Torino.

E sorge a questo punto una domanda spontanea. Dopo tutti quei riferimenti alla cultura francese, dai nomi dei personaggi a quelli dei luoghi, la scelta dell’ambientazione è ricaduta proprio sulla città-simbolo dell’eredità francofila, perché filo-sabauda, che ancora si respira, da qualche parte, in Italia. Come mai Torino?

La scelta di Torino ha un significato preciso. L’obiettivo principale, forse, di questo romanzo è proprio raccontare questa città, la mia Torino, com’è veramente, com’è oggi. Non la Torino di una volta che alcuni libri e film ancora si ostinano a raccontare. La Torino elegante dei caffè, dei ristorantini alla moda, del Balon frequentato dalle famiglie borghesi al sabato, del mercato della frutta fresca a Porta Palazzo…è una Torino che non esiste più. Ormai è una città multidimensionale: si passa dal lusso sfrenato al popolare più spinto nel giro di pochi metri. E’ una città a più livelli, con un sotterraneo molto forte e molto vissuto.

Interviene come moderatore il giornalista Andrea Del Bue, che presenta l’autore e l’opera al pubblico della libreria Ubik, in Via Mazzini. Enrico Pandiani approfondisce il personaggio di Zara, che gli è molto caro. “Ho provato a scrivere un romanzo nell’ottica di una donna, e non è stato semplice, ho dovuto chiedere molti pareri ad amiche…”. Ma lui l’ha pure conosciuta, la sua Zara, o così gli piace pensare: alla mo’ di Hitchcock o del più recente Woody Allen, Pandiani si è infatti inserito in una sorta di cameo all’interno del romanzo. “Il me della storia è uno scrittore che si presenta in ufficio da Zara chiedendo informazioni sul suo lavoro, poi confessandole di voler scrivere un romanzo giallo”. Quasi profetico e autobiofrafico, insomma, “il personaggio avrà poi un ruolo importante nella storia”, afferma il suo reale alter-ego.

Dall’analisi del rapporto di Zara col padre, signorotto borghese e, per certi versi, conservatore, si snocciola poi un discorso interessante, fino a parlare di razzismo, di xenofobia. Nel libro Pandiani ha voluto denunciare l’emarginazione e la “ghettizzazione” razziale della città, realtà che caratterizzano oggi le mille Torino d’Italia, la cui sintesi si riflette negli eventi degli scorsi giorni. Paradossalmente i tragici sbarchi, causa di polemiche e inutili discriminazioni, avvengono proprio sulle sponde del Mediterraneo, che un tempo veniva chiamato Mare Nostrum, cioè di tutti.

Epilogo. Insiste ancora sulla stratificazione di Torino, che ha voluto rivelare attraverso lo svolgersi degli eventi nel romanzo. Una Torino che lo stesso Pandiani non conosceva davvero, pur vivendoci, prima di scrivere il libro.“Prima camminavo per la mia città con la testa bassa, attento a schivare le merde per terra. Poi Zara mi ha preso per mano e mi ha condotto alla scoperta di una città più varia, più vera, più viva”. Ora Pandiani cammina sempre a testa alta, respirando una città nuova che ha conosciuto grazie all’eroina figlia della sua penna. “E in compenso pesta un sacco di merde”, conclude scherzando Andrea Del Bue.

 

 

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