Published On: Mer, Ott 2nd, 2013

Tramelli, il Pd si apra: “Non voglio un partito di tessere”

Tramelli Foto con Simbolo

Carlo Tramelli è al momento l’unico candidato alla guida della segreteria provinciale del Pd, in attesa di un congresso la cui organizzazione è ancora in alto mare. Tramelli è nato nel 1970, separato, ha due figlie e ha iniziato a lavorare non appena maggiorenne. Dal 2010 è in cerca di impiego dopo aver sempre trovato occupazione in ambito commerciale.

Un giorno Carlo Tramelli si sveglia e decide di candidarsi alla segreteria provinciale del Pd: è andata più o meno così?
E’ andata un po’ così perché in effetti mi è venuto un pensiero nel momento in cui ho visto che  il Pd, soprattutto dopo le elezioni nazionali, aveva perso quella caratteristica che aveva avuto quando è nato.

Al momento della candidatura era un semplice simpatizzante o un tesserato al partito?
Io sono sempre stato tesserato, quattro anni su sei, compresa la tessera di quest’anno: ritengo la tessera importante dal punto di vista dell’appartenenza e anche dell’autofinanziamento, però poi dobbiamo pensare anche ad un partito che non sia solo di tesserati. I dati nazionali parlano di un 50% in meno di iscritti, quindi è il momento più sbagliato per fare un partito di tessere.

Il Pd quindi deve riaprirsi ai cittadini. Ma in che modo?
Si deve aprire, deve avere la possibilità di organizzarsi il minimo indispensabile perché non esiste un partito che non sia “organizzato”. Non si può parlare di partito solito, partito liquido: in entrambi i casi ci vuole quel minimo di organizzazione che permetta di sviluppare i contenuti e le modalità di partecipazione. Il Pd si deve riaprire partendo da una base di tesserati, che sono quelli che vogliono fare qualcosa in più, e poi deve iniziare a sviluppare delle dinamiche di partecipazione in modo moderno. Non si può più pensare che la partecipazione avvenga ad occhi chiusi, bendati, come si faceva negli anni Settanta o Ottanta.

L’impressione che si ha guardando dall’esterno il Pd è quella di un partito del “vorrei ma non posso” in cui non è mai avvenuta una fusione completa tra l’anima ex democristiana e quella ex comunista. Condivide?
In un primo momento questa sensazione è stata molto forte. Io non ho mai avuto alcuna esperienza politica e per me le correnti erano solo dei racconti giornalistici. Quando invece è nato il Pd le correnti sono emerse come una realtà che ha sostituito quella situazione degli ex Margherita, ex Ds, che erano i maggiori soci nel creare il Pd. Oggi credo che quell’aspetto sia superato mentre bisogna ancora oltrepassare l’eccessivo correntismo che ha fatto perdere la spinta innovatrice del Pd del 2008. Io, ad esempio, non faccio una corrente.

Non fa una corrente ma avrà di certo un riferimento a livello nazionale…
Ci devono essere i riferimenti a livello nazionale, però un conto è avere dei riferimenti, un altro è avere una corrente. A me non piace l’equilibrismo, cioè candidarmi per fare il segretario provinciale che sta sulle sue senza dire per chi voto. La mia intenzione è trovare un riferimento nazionale che, grosso modo, nel mio percorso c’è già. Oltretutto a livello nazionale ci sono già degli ottimi candidati.

Tra questi ottimi candidati quale sarebbe a suo avviso il migliore?
Quello più vicino alle mie idee è Renzi, pur sapendo che Pittella prenderà molti voti al Sud, che Civati ha una buona penetrazione sui giovani e nel Nord e che Cuperlo rappresenta l’idea del partito non dico “vecchia maniera”, ma che potrà andare ad inglobare molte esperienze: lui stesso si è definito ecumenico. Renzi credo che sia quello che caratterizza meglio il non basarsi su delle correnti e un’idea di cambiamento. Io non sono un renziano puro e posso anche avere una linea di equidistanza tra un certo cambiamento molto radicale e una conservazione che è presente nel partito.

Venendo all’ambito locale, il Pd recentemente ha sbagliato dei rigori a porta vuota: perché è successo? Per una mancanza di rapporto con la base, con i cittadini?
Nel 2008 il Pd era partito bene e infatti nel 2009 ha ottenuto dei buoni risultati vincendo in provincia, divenendo maggioranza in città con dei numeri mai visti.

Fino a lì tutto bene, poi?
Poi si è spenta la luce anche tra il primo e secondo turno perché in quelle elezioni si è vinto in Provincia perdendo però molti Comuni importanti. Ad essere grave è stato il modo in cui li si è persi: facendo delle guerre intestine. Abbiamo anticipato quello che poi sarebbe stato il voto nazionale e ciò che sarebbe avvenuto alle amministrative nel 2012, quando si sarebbe potuto gestire molto meglio la fase precedente alle elezioni.

Ecco, veniamo alle primarie.
Le primarie sono state fatte con molta timidezza e velocità, senza fare un vero percorso all’interno della città e l’errore più grossolano che è stato commesso è stato dare la percezione di voler diventare i sostituti di chi c’era prima, più che un reale discorso di cambiamento. C’era una forte voglia di cambiare e questa voglia è stata, dal momento della caduta di Vignali, congelata insieme al commissariamento.

Chi sarebbe stato, allora, il candidato sindaco migliore?
C’era un candidato che era riconosciuto dalla base, Pagliari, come colui che aveva tenuto alta la guardia facendo da sentinella insieme ai suoi colleghi del gruppo consiliare. Però poi le persone si devono anche candidare…

Pagliari non si è voluto candidare o si è preferito non farlo correre?
Io non avevo alcun ruolo all’interno del Pd e quindi non posso sapere come sono andate le cose, ma se sarò segretario, il prossimo candidato sindaco sarà scelto tramite le primarie così come i vari candidati sindaci di tutti i Comuni della provincia, con dei tempi giusti, in modo tale che ci siano i candidati giusti o di partito o di coalizione. Ribadisco, però, che se uno vuole candidarsi, si candida. Probabilmente Pagliari non l’avrà fatto vedendo che il partito non era interamente con lui, però dopo si sono fatte le primarie e, dopo, il candidato che ha vinto era il candidato migliore in quanto vincitore. Dall’Olio ha avuto poco tempo per esprimersi e aveva poca esperienza: se avesse avuto qualche mese in più forse avrebbe avuto la possibilità di vincere. In ogni caso il risultato delle primarie va sempre rispettato, ma fare delle riunioni per decidere i candidati, restando di notte svegli fino alle 5 e non decidere un nome è qualcosa che non deve più ripetersi perché all’esterno non dai un’idea di partito serio.

Ultima domanda: quale sarebbe il suo programma di azione per cambiare il Pd?
Bisogna identificare il partito, anche se la parola “identità” può sembrare superata, come partito di sinistra. Il Pd deve avere degli obiettivi in linea con il proprio elettorato partendo dai valori condivisi senza dover andare indietro nella storia anche perché i giovani non fanno riferimento ai partiti del Novecento. Tra i primi obiettivi ci sarà il lavoro, lo sviluppo economico del territorio in linea con la cura delle risorse naturali, potenziando l’edilizia tramite la riqualificazione, la mobilità sostenibile aumentando piste ciclabili e isole pedonali, til rasporto su rotaia, pubblico e privato elettrico. Credo che tutto questo debba essere affrontato da un partito perché i cittadini chiedono più qualità della vita, un partito organizzato, con una base solida, ma leggero e fruibile quando si pone verso l’esterno, dando centralità ai circoli. Vorrei un partito che fosse più aperto e meno ombroso nei confronti della società.

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