Published On: Dom, Nov 3rd, 2013

Gianluca Fogliazza alla Ubik presenta “Ribelli come il sole”

Gianluca Foglia, in arte “Fogliazza”, fumettista, illustratore…a questo punto direi anche autore. Nel 2012 decidi di celebrare il 90° dalle barricate di Parma in modo diverso dal solito. Il progetto, in breve, qual’ era?

Sì, diciamo che “autore” racchiude meglio il mio lavoro. Dopo aver replicato il primo spettacolo circa una cinquantina di volte, “Memoria indifferente”, che parla delle donne partigiane, era ormai maturo un nuovo progetto. Dovevamo decidere però in che direzione muoverci (parlo al plurale perché, per fortuna, siamo un squadra che lavora bene ed è essenziale in ogni suo componente). Ho avuto la fortuna di imbattermi in “Mio nonno era un ciliegio” di Angela Nanetti, un libro per bambini di cui mi sono innamorato, e mi sono detto “sarebbe bello raccontare una storia dei borghi”. La più eclatante era naturalmente quella delle barricate, che è diversa però dalla Resistenza, perché al di sopra della politica. La gente, nel ’22, combatteva perché aveva fame, perché era stanca dei soprusi, voleva libertà. Sarebbe sbagliato usarla per fare del revisionismo storico, e poi è una storia tutta da scoprire, che secondo me costituisce l’apice vero della dignità e dell’orgoglio di questa città.

Il calcio come metafora di guerra e come psicologia di narrazione. Il primo uso ricorrente ma mai scontato, il secondo decisamente originale. Come nasce l’idea?

Quando penso a un progetto, cerco di plasmarlo su un pubblico giovane, di bambini scolari. Parto da Picelli? Il grande eroe monumentalizzato? No, mi serve un aggancio più forte per incuriosire i giovanissimi. Ho avuto la fortuna che gli avvenimenti delle barricate coincidessero con una certa storia del calcio. Nel 1913 il Parma A.C. nasce ufficialmente in città. Lo scontro epico tra i fascisti e gli Arditi del Popolo potrebbe essere visto come una partita di calcio, impari naturalmente. Da un lato una squadra di undici giocatori forti e cattivi, dall’altro solo un portiere, senza un braccio. Non essendo uno storico mi sono preso la licenza di immaginare quegli avvenimenti attraverso gli occhi del quattordicenne Gino, detto “Soghèt”, che poi è ispirato al personaggio di Gino Gazzola, giovane parmigiano “del sasso” che morirà sotto la furia fascista del ’22. Cavalcando una metafora si agisce su una base emozionale, non accademica o didattica. I ragazzi hanno una percezione della memoria stantia e letargica. Non dev’essere così.

Perché credi che la storia singolare, isolata, di una piccola città come Parma valga la pena di essere raccontata, a così tanti anni di distanza?

Perché, innanzitutto, non esiste una storia “del passato”. E non esisterà mai finché non smetterà di fornirci un esempio, una fonte d’ispirazione per il presente. Noi dobbiamo essere consapevoli del grande privilegio che ci è stato concesso, ereditando una libertà che non abbiamo dovuto conquistare, ma che altri hanno ottenuto in cambio della vita, e che ci hanno consegnato. Noi, e la nostra libertà, siamo il frutto di una conquista. Finché ci ricorderemo di ciò e ne trasmetteremo la consapevolezza ad altri, la storia non sarà mai “del passato”.

C’è chi accusa noi, abitanti dell’oggi, di essere incapaci di combattere, di ricreare una Resistenza alle ingiustizie, ai soprusi che, forse in modo più silenzioso di prima, tramano e agiscono ancora. Abbiamo davvero perso quel vigore, quella forza ribelle di chi ci ha preceduto in questi borghi?

Se non fossi ottimista non racconterei nemmeno la storia delle barricate, delle donne partigiane e della resistenza. Sono ottimista perché lo sono di natura. Lo sono perché ho due figli e voglio credere nel loro futuro. Forse però, per carattere peculiare di noi italiani, capiamo la minaccia concretizzata solo dopo che siamo caduti col culo per terra. Paghiamo le conseguenze di una generazione che ci ha preceduto e ha voluto proteggerci da un’esperienza bella ma durissima. Noi però possiamo documentarci tantissimo, e soprattutto non dobbiamo mai dimenticare chi e perché ha fatto sì che nascessimo liberi. La storia non va insegnata, va trasmessa.

Dopo l’intervista, Gianluca Foglia “Fogliazza” si è messo a fare quello che sa fare meglio: raccontare. Ha raccontato con le parole, con la musica di “K” (il suo braccio destro, chitarrista) e soprattutto con i suoi disegni. Linee nere confuse di ammassano sui fogli bianchi appoggiati al cavalletto, rivolto al pubblico. Linee nere che presto danno vita a una forma, e raccontano la storia di “Ribelli come il sole”. Fogliazza parla attraverso i suoi personaggi. C’è un popolano del borgo, arrossato dal lambrusco e stremato da una serata in osteria, c’è il celebre parroco Don Din Don, dal pensiero cinico guidato da una singolare filosofia religiosa (“Dio c’era”). C’è poi Soghèt, aspirante calciatore, guerriero dei borghi, la cui infanzia viene stroncata dai traumatici eventi del ’22. I consueti Guido Picelli e Italo Balbo, che pur essendo gli unici famosi lasciano la scena ai meno celebri borghigiani. Conclude col nonno di Soghèt, anch’esso un vero parmigiano d’Oltretorrente, che afferma che la vita è come la memoria: passa.

Fogliazza l’ha lasciato per ultimo apposta questo personaggio. Lui infatti non è d’accordo col nonno. Indica Lorenzo, un bambino seduto in prima fila: “La vita è come la memoria: si rigenera”.

 

 

 

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