Published On: Lun, Nov 18th, 2013

“Il Ghana non è in Africa”. Taiye Selasi presenta a Parma “La bellezza delle cose fragili”

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di ANDREA PAPA – «Adesso fissa le cose che brillano, catturato da tanta bellezza, e sa quello che già sapeva tanti inverni fa: quando ci si trova davanti a qualcosa di fragile e perfetto in un mondo che è brutto, terribile e crudele, conviene non dare nomi. Meglio fingere che la cosa non esista.
E una seconda fitta ora, perché la perfezione esiste, si ostina a esistere nelle cose piú vulnerabili, incurante del fatto che Kweku si rifiuti – un rifiuto ammirevole per la logica che lo motiva – di accoglierla nel suo cuore e nella sua mente. Perché la logica inclemente, la disgrazia di chi è dotato di lucidità, gira e rigira, lo spingono sempre a sbattere la testa contro lo stesso muro: (a) la futilità della visione, a fronte della fatalità della bellezza, soprattutto della bellezza insita nelle cose fragili e in un posto come quello, dove una madre ancora sporca di sangue è costretta a seppellire il figlio appena nato, sciacquarsi con un tubo di gomma per poi tornare a casa a schiacciare patate dolci; (b) la persistenza della bellezza, proprio nelle cose piú fragili: una goccia di rugiada all’alba, una cosa destinata a finire nel giro di qualche istante, in un giardino, in Ghana, il Ghana, terra rigogliosa, morbida, verde, dove le cose fragili muoiono».

Nella splendida location del Palazzo del Governatore di Parma, nella mattinata di Domenica 17 novembre, si è tenuta la presentazione del nuovo libro di Taiye Selasi, intitolato “La bellezza delle cose fragili”, primo di tre appuntamenti organizzati dalla Biblioteca Internazionale Ilaria Alpi, con tre scrittrici che raccontano e si raccontano attraverso le loro opere.

Selasi, scrittrice e fotografa per metà ghanese e per metà nigeriana, introdotta dalla vice-sindaco Nicoletta Paci, in una conversazione con Nadia Monacelli, (docente di psicologia sociale e psicologia dei gruppi all’Università di Parma) ha descritto e spiegato le dinamiche che hanno portato alla nascita del libro, scritto in lingua inglese (il cui titolo originale è “Ghana must go”) e tradotto per il mercato italiano da Federica Aceto.

Partendo dal profondo internazionalismo della scrittrice, il libro viene descritto come “una storia che riguarda tutti” con uno stile che può quasi essere accumunato a quello musicale del Jazz, poiché è difficile coglierne la “melodia” sul momento , quando invece va apprezzato e gustato man mano, pagina dopo pagina. Il racconto si regge su di un nodo di dolore, e dipinge il ritratto di una famiglia di questo tempo, con una scrittura assieme ironica e spietata, regalando una riflessione profonda e cosmopolita sull’influenza che le nostre origini hanno su ciò che siamo.

Citando Francis Scott Fitzgerald e dicendo che “la bellezza della letteratura è lo scoprire di essere tutti uguali, trovando in questa scoperta un senso di appartenenza”, la scrittrice ha illustrato al pubblico presente la sua opera, chiarendo come “non esistono assolutamente dei personaggi africani”, non esistono storie che devono per forza di cose essere stereotipate. L’anima del libro è fatta di dolore, ma è un dolore strano, fatto di silenzio, di un silenzio che è proprio di coloro che non riescono a parlare con loro stessi, ma dal quale si può uscire creando una finestra di speranza per il futuro.

Per concludere, la Selasi, prima di rispondere a numerose domande poste da un pubblico favorevolmente compiaciuto e incuriosito, ha esposto un particolare parallelismo tra tre modi diversi “utilizzati” per abbandonare il proprio paese, vale a dire quello a piedi proprio dei rifugiati, quello in nave proprio dei migranti, e quello in aereo, proprio di turisti e viaggiatori, esplorando il mondo dell’emigrazione e chiarendo come il protagonista del libro abbandoni il proprio paese d’origine perché in quell’ambiente non può esaudire e “diventare” sé stesso, ma non per questo abbandona la propria identità nazionale, che diventa una vera e propria scelta, vissuta anche al di fuori della propria Terra.

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