Fantocci
Fantocci innalzati durante la protesta a Terralba

di DIEGO REMAGGI –  I giornali stranieri – e anche quelli italiani -, hanno parlato di “apocalisse”. Ed in Sardegna la fine del mondo c’è stata davvero. Forse non proprio nelle zone che tutti conosciamo dai rotocalchi e dalle riviste patinate, ma in quell’entroterra misterioso, ricco di fascino e storia, quello che non vediamo mai in tv, fatto di gente laboriosa e silenziosa, che saprà rialzarsi ben presto. Le luci e le ombre di una regione sono state riflesse dai fiumi, dalle valli, dall’acqua che ha trascinato con sé lo sgomento e la paura di migliaia di persone. Non quelle che ogni anno si riversano vivaci sulle spiagge della Costa Smeralda, ma quelle che vorrebbero che i propri paesini, le proprie province, le proprie terre, avessero la stessa dignità e lo stesso grado di sviluppo di quel “sultanato” di cemento a pochi chilometri dalle loro case.

Qualche settimana fa il piano paesaggistico regionale sardo, salutato a gran voce dall’Europa, è stato stravolto dal governo territoriale del centro destra in nome di un’economia e uno sviluppo da salvaguardare. Come se l’unico rimedio alla mancanza occupazionale e all’arretratezza di alcune zone rurali, fosse quello di abbondare col cemento e con l’asfalto. In provincia di Oristano, a Terralba, non più tardi del giugno scorso, un comitato cittadino innalzò dei manichini lungo la strada, per simboleggiare la morte del territorio nel caso in cui il piano delle fasce fluviali – che fissava regole ben precise sull’edilizia -, fosse stato applicato alle zone adiacenti al rio Mogoro che, nei giorni dell’Apocalisse, è esondato. Si piange, certo, si mandano aiuti e si lavora sodo, si pensa a come sia furiosa, talvolta, la natura, e a come sia impotente l’uomo. Bisognerebbe anche piangere ogni volta che si vede il cemento imprigionare una terra, il cemento che porta alluvioni prima dei soldi, che regala abbondanza e poi uccide. Moni Ovadia, sabato scorso, ha scritto che non si tratta più, oggi, di “ecologismo o qualche altro -ismo. Qui si tratta di vita o di morte. La nostra, quella dei nostri figli e dei nostri nipoti”. Coloro i quali, si spera, abbatteranno i manichini e si spenderanno un po’ di più per la difesa della loro terra, coloro i quali non grideranno più all’”eccezionalità” di un evento meteorologico, ma saluteranno con gioia la stessa eccezionalità di un buon governo, delle persone e della natura.

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