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di SAMANTA REVERBERI – Voltagabbana, adulteri, pulsioni irrefrenabili di tradimento: fenomeni politici scontati. All’inizio tutti d’accordo, e poi vince chi ti frega prima. Il nostro sistema è saturo d’infedeltà partitica, come se fosse il naturale decorso degli eventi; la ciclicità con cui si ripropongono, permette, dunque, di citare diversi esempi.

Prendiamo Romano Prodi, che si è offeso. Magari non ha tutti i torti dato che, ad aprile, ha subìto la carica dei 101: i franchi tiratori della scorsa primavera hanno, infatti, interrotto la sua ascesa al Colle, tanto vana da spingere il Mortadella a dimettersi dalla competizione. “Non ci vado”, ha detto in un’intervista a Tele Reggio a proposito del ritiro della tessera del Pd. Della serie “Marameo”.

L’ex Presidente del Consiglio, ha spiegato che la sua resta una scelta di coerenza, come a dire, “se fai un passo indietro prima, poi resti dove sei”, e questo detto dal fondatore dell’Ulivo, il partito-anticamera dell’attuale Pd. Lui, al congresso delle primarie, non ci va, e non voterà nessun nuovo candidato, pur avendo speso buone parole per i giovanotti Renzi e Civati. Un Civati, quello di questi giorni, che si dice disperato: “E’ un fatto gravissimo”, ha dichiarato, aggiungendo che vorrebbe sfoggiare un partito non frammentato di cui Prodi andrebbe fiero, cancellando gli effetti delle bastardate avvenute durante le votazioni per il Quirinale. Per ora, Romano si fa scudo della coerenza e, dato che anche il figlio Giorgio ha partecipato, mesi fa, al movimento “ResetPd” (contro ogni dirigenza della fazione), probabilmente trascorrerà l’8 dicembre in osteria, davanti a una portata di crescentine.

Se scriviamo lealisti e innovatori, vengono subito in mente Falchi e Colombe, protagonisti delle beghe del centrodestra e ormai spine nel fianco di Berlusconi, che sta cercando “l’Italia dei competenti”. Ora è lui il rottamatore. Falchi e Colombe, i pennuti che hanno incasinato la voliera del Pdl dai giorni della gogna del Cavaliere, perno attorno al quale si sono create le divisioni (forse già premesse) del partito, a cominciare dalle questioni sulla sua decadenza politica.

Ad oggi, i rapaci leali all’ex Premier conterebbero nomi quali Bernini, Nitto Palma, Gelmini, Carfagna, Polverini, Brunetta e Fitto. Questi, a prescindere dai predatori d’alto volo Sanantché (ora creatura mitologica, essendo chiamata “pitonessa”), Bondi, Verdini, Minzolini, Mantonvani e Repetti. Il loro obiettivo: elezioni subito. Tra i volatili dalla livrea bianca, invece, gli alfaniani Carlo Giovanardi, Beatrice Lorenzin, Fabrizio Cicchitto, Maurizio Lupi, Nunzia De Girolamo, Gaetano Quagliariello. Per smussare, poi, ci sono anche le rondini, che volando basso quando piove davvero (Schifani, Gasparri, Romani e Matteoli). Un paradiso per gli ornitologi.

Diamo un’occhiata anche al fronte di Sc: un partito al tramonto, un leader tradito, alleanze dissolte che sanno di stizza. L’ex Presidente del Consiglio Monti, è stato gambizzato dal suo stesso gruppo: il nemico numero uno sarebbe Pier Ferdinando Casini (Udc), sodale accusato di aver guidato la flotta civica contro il leader, tradito anche da Mario Mauro riguardo le questioni “legge di stabilità” e “larghe intese”. Conclusione? Dopo la parabola del professore e le sue dimissioni, Monti torna indietro, ma fa ancora il separato in casa.

Anche all’interno del partito dei grillini (pardon, “movimento”) le acque sono agitate da tempo; si va dalle fratture interne, al disprezzo di Beppe Grillo per coloro che non seguirebbero i dogmi del gruppo (come i negoziati politici o l’apertura alla stampa); dall’esempio di chi, come Zaccagnini, ha “tradito” perché vittima pressata dei voltafaccia programmatici del M5S, e s’infila altrove, ai richiami da parte del vertice di partito (pardon “movimento”) a rigare dritto; da chi si dissocia dalle accuse fatte a Napolitano dai pentastellati o dalla linea sulla questione drammatica di Lampedusa, ai casi di clientelismo e alla recente “parentopoli”.

Eh…il tradimento politico: un fattore endemico, pietra miliare per la costituzione delle lobby e (pare) imprescindibile qualità senza la quale i giochi e le strategie dei partiti perderebbero senso, almeno per chi alla poltrona ci tiene un bel po’. Invero, mentre l’autunno si raffredda sui soliti ridondanti temi dello stallo governativo, e mentre attendiamo soluzioni e mancate promesse, i veri cornuti siamo sempre noi.

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