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di MASSIMILIANO PARENTI – La patria è un concetto molto strano. Alcuni popoli muovono guerre per rivendicarne una (si veda l’infinita contesa tra israeliani e palestinesi), mentre altri (non facciamo nomi) vivono il senso di appartenenza ad uno stato quasi come un sacrificio o una condanna. Portarsi dietro un nome pregno di significati come Italia oggi è quasi una sfida, sebbene il concetto di italiano sia estremamente controverso e difficile da inquadrare.

Ogni binomio popolo-stato ha un suo spirito nazionale, inteso come l’essenza e la partecipazione ad una cultura, ad un insieme di usi, costumi e pratiche sociali che, pur mantenendo una radice comune, sono in continua trasformazione. In alcuni posti l’unità con la propria terra è addirittura eccessiva e esasperata quasi al fanatismo: negli Usa alcune persone piangono durante l’inno, in Inghilterra si esalta la sacralità della famiglia reale, in Francia il canto della Marsigliese è quasi un obbligo quando ne vengono eseguite le note.

Non c’è bisogno di specificare quale sia l’eccezione del continente: seppur alcuni territori europei all’interno di confini geopolitici rivendichino l’autonomia e quindi disdegnino il paese ospitante (si pensi ai baschi, ai ceceni, ai popoli della ex Jugoslavia), si può senz’altro affermare che in Italia l’assenza di un adesione convinta allo stato sia un fenomeno generalizzato che non si applica solo al tanto noto Nord-Est secessionista. Alcuni sostengono addirittura che, se ogni quattro anni non ci fossero i mondiali di calcio, probabilmente non ci ricorderemmo nemmeno di essere tutti sulla stessa barca.

Al di là della visione di pessimismo collettivo che, anche se non fosse vera, è comunque verosimile, potremmo azzardare che la soluzione del giallo italico (ad esempio l’eterna divisione Nord-Sud) si ritrova nella storia: credo sia corretto dire che ognuno di noi ha una patria, anche se non sempre coincide con l’intero stato che la contiene… ad esempio, nelle nostre terre emiliani la nascita dei comuni ha portato, anche a secoli di distanza, la concezione secondo la quale sia il Comune la piccola patria dell’individuo, mentre il Sud Italia non ha avuto questa peculiarità e si ritrova in un certo senso più unito come cultura, pur contemplando grandi differenze da una regione all’altra. Il Nord Italia alpino non è da meno, se consideriamo il fatto che in alcune di quelle terre ancora si parla il tedesco come lingua corrente.

Per farla breve mi verrebbe da dire che in Italia esistono almeno venti patrie diverse. Ognuno di queste però – mi sento di aggiungere – si integra con le altre; la presa di posizione estrema – ovvero considerare il proprio salotto di casa una patria – è più oggetto di biasimo che di lode. È vero che la divisione non porta all’unità, ma è altrettanto corretto sostenere che l’esclusione non facilita i rapporti sociali né suscita lo stimolo per la risoluzione degli infiniti problemi che abbiamo: perché solo con l’unità, volente o nolente, ci sarà concesso uscire dalla tempesta.

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