Corteo forconi

di DIEGO REMAGGI – Il 2013 è stato un anno importante: un Papa si è dimesso. I governi sono stati pubblicamente scoperti a spiare, la Bce ha portato quasi a zero il costo del denaro, Berlusconi è stato mandato via dal Parlamento. La litigiosa Italia ha, nonostante tutto, un governo di coalizione. E si potrebbe andare avanti a lungo, almeno fino alla scorsa settimana, fino ai giorni convulsi in cui gente disperata, in preda ad un panico costruito ad hoc, ha invaso le strade inneggiando alla rivoluzione.

Il problema è che nessuno di loro si sentiva rappresentato, né dai sindacati, né dai movimenti, né dalle associazioni. Ed è su queste basi che i Forconi hanno preso una pericolosa storta a destra, una deformazione populista e qualunquista così becera che in Italia potrebbe avere anche successo. Potrebbe. O forse: poteva. Già, perché una settimana dopo, i capi delle varie correnti “forconiste” sono già divisi, litigano, si sbeffeggiano, si lamentano. E la loro “marcia su Roma” è stata un flop.

La confusione è il loro marchio di fabbrica, il rancore è lo strumento della loro lotta. Immagini assurde: a Fiorano Modenese, un uomo si è ammanettato con il filo del telefono per protestare contro la “dittatura europea”, a Cosenza un registratore di cassa è stato buttato in un prato e un cane si è messo ad abbaiargli contro, a Torino è stato occupato un Carrefour. Questi esempi dovevano far crollare un governo, una repubblica, una democrazia? È impiccando i banchieri ebrei e bruciando libri che si migliora un Paese?

La frammentarietà dei Forconi, delle loro idee, è solo la fase conclamata della fine di un’epoca, quella della rilevanza di una piccola borghesia travolta dal crollo del mito postfordista. Un malumore che invece di diventare “indignazione”, come ha detto Gianni Cuperlo, è rimasto solamente “ira”. Già, il compito più grande della politica nei prossimi mesi sarà proprio quello di recuperare la fiducia di chi è sceso in strada, di togliere dalle loro mani le forche e di far impugnare loro una penna, quella con cui, andando a votare, cambieranno veramente un Paese. Perché l’Italia ha bisogno di democrazia, prima di tutto, e di politica poi. L’antipolitica lasciamola a chi vorrebbe solo bruciare dei libri o gridare “Vaffanculo”.

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