Tragedia a Prato

 

di FRANCESCA FONTANA – “A Prato è schiavitù, deve intervenire lo Stato”: lo ripete con forza Enrico Rossi dopo la tragedia avvenuta domenica nella fabbrica tessile, che ha provocato sette vittime e ha fatto emergere condizioni “che ricordano Auschwitz”. “Deve intervenire il Governo: la Regione ha fatto la sua parte ma i temi della sicurezza e il fatto che qui ci sia un’extraterritorialità fuori da ogni legge vanno affrontati a livello nazionale” – prosegue il presidente della Regione infuriato – “Mi preme che siano garantiti i diritti umani delle persone, i macrolotti sono una sorta di terra di nessuno e questa situazione va gradualmente bonificata e affrontata in tutta la sua complessità”. Oggi – si legge sulla sua pagina Facebook – telefonerà al premier Letta per sollecitare ulteriormente la definizione, auspicabilmente nei prossimi tre mesi, di un accordo di programma per trasformare queste realtà di sfruttamento e schiavitù in una grande occasione di crescita, di sviluppo e di integrazione.

Il capo dello Stato si è già detto d’accordo con lui e sollecita “un esame complessivo e obiettivo” di come siano andate le cose nel distretto produttivo di Prato e allo stesso tempo “un insieme di interventi concertati a livello nazionale, regionale e locale”.

Gramolati, segretario generale della Cgil Toscana, commenta amareggiato l’accaduto e dà qualche dato in più: oggi le aziende cinesi costituiscono circa il 40% della manifattura pratese. La prefettura di Prato conta in queste aziende solo 6000 addetti regolari contro 16000 irregolari. Inoltre, il personale che controlla le aziende dal punto di vista igienico-sanitario è in proporzione 1 su 7000 e l’Inail ha un solo ispettore sul territorio per 90000 addetti. “Da tutti questi dati emerge chiaramente che non c’è una struttura di controllo e repressione adeguata al problema” – conclude il dirigente, aggiungendo che non è tuttavia impossibile contrastare il fenomeno: per cominciare, suggerisce accordi di tracciabilità nella filiera, che permetterebbero alle aziende ‘mandanti’ e ‘terziste’ di avere un quadro effettivo dell’impegno necessario per la produzione, riducendo in primis il divario fra le ore di lavoro impiegate dagli operai e l’orario fissato al momento dell’assunzione.

 

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