Pippo Fava

Il 5 gennaio 1984, Pippo Fava si trovava vicino al teatro Verga di Catania. Stava andando a prendere la nipote che recitava in Pensaci Giacomino, ma non riuscì nemmeno a scendere dalla sua Renault 5 che venne ucciso con cinque colpi di pistola alla testa.

Le prime indagini della sua morte furono ricondotte ad un delitto passionale: il calibro e il modello della pistola non erano i soliti utilizzati dalla mafia e gli inquirenti ritennero necessario scandagliare a fondo la vita di Fava, cercando qualche possibile movente, anche passionale. La rivista fondata e diretta dal giornalista catanese – “I Siciliani” -, in quel momento, versava in difficili condizioni economiche e si pensò persino che l’omicidio fosse riconducibile ad un problema di soldi.

Fava era un giornalista e molto di più. Era uno scrittore, un drammaturgo, un saggista, un intellettuale. Esordì sulla carta stampata nel 1952, collaborò con varie testate (Sport Sud, Domenica del Corriere, Tuttosport, Tempo Illustrato) e poi divenne capo redattore dell’Espresso Sera, dal 1956 al 1980.

Quattro anni prima di essere ucciso iniziò a dirigere il “Giornale del Sud” e lo portò avanti per poco più di un anno, fino a quando una nuova cordata di imprenditori segnò la fine della sua gestione, erano vicini a Nitto Santapaola, e fu quasi scontato allontanare un direttore tanto scomodo quando inopportuno. I primi anni Ottanta furono gli anni più complicati e allo stesso tempo coraggiosi, Fava fondò il mensile I Siciliani ed acquistò rotative a suon di cambiali, realizzando un vero e proprio unicum nel mondo del giornalismo italiano. Il periodico divenne subito uno strumento fondamentale per l’antimafia siciliana e nonostante i tentativi di acquisto da parte di diversi imprenditori, non si piegò mai ad offerte imbarazzanti e rimase sempre indipendente.

Nei Siciliani, Pippo Fava raccontò di imprenditori e politici amici del boss Santapaola, soprattutto nella celebre inchiesta “I quattro cavalieri dell’apocalisse mafiosa“.

Mi rendo conto che c’è un’enorme confusione sul problema della mafia. I mafiosi stanno in parlamento, i mafiosi a volte sono ministri, i mafiosi sono banchieri, i mafiosi sono quelli che in questo momento sono ai vertici della nazione. Non si può definire mafioso il piccolo delinquente che arriva e ti impone la taglia sulla tua piccola attività commerciale», raccontò Fava in un colloquio con Enzo Biagi.

La storia dei Siciliani, della Sicilia, e dell’Italia intera ebbe un punto e a capo quel 5 gennaio di 30 anni fa: ci furono proiettili calibro 7,65, diversi da quelli che usava la mafia, che uccisero Pippo Fava, in un delitto uguale a quelli che minacciava la mafia. A 30 anni di distanza, oggi 5 gennaio 2014, Rai 3, ore 21:30, andrà in onda: “I ragazzi di Pippo Fava”: non soltanto un film su mafia e antimafia, ma piuttosto una storia di formazione, un “attimo fuggente”, vissuto nella Sicilia degli Anni Ottanta da alcuni giovanissimi giornalisti che seguirono il loro direttore nell’impresa di raccontare in totale libertà i legami capillari che inquinavano la vita di una “tranquilla città di mafia” come Catania, in quell’Italia cupa e violenta degli attentati.

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