Il vecchio trucco degli specchi. Qualcuno lo rispolvera sempre, riesumandolo dal buio delle cantine di qualche prestigiatore, prepensionato dal principio di un’epoca di disincanto. Anche Virzì non è stato da meno. Sposta con abilità gli specchi dell’Italia moderna, rivolgendoli gli uni verso gli altri e confondendo chi vi sta in mezzo. Si ha infatti l’impressione che ciascun vetro rifletta una stanza diversa, seppur simile. In realtà,  si tratta solo di punti di vista diversi. Ed è proprio questa la filosofia che muove il ritmo de “Il capitale umano”, uscito nelle sale italiane a pochi giorni dall’inizio del nuovo anno.

Nella lugubre e fredda Brianza dei finanzieri si snoda un thriller importante , triforcato dal relativismo dei diversi personaggi, portatore di una riflessione che va al di la dell’adrenalina in sé. Dall’introspezione psicologica dei  protagonisti, Dino Serena e Carla, attraverso i cui occhi viene narrata la storia, Virzì racconta in realtà qualcosa di più ampio rispetto alle isolate vicende familiari degli Ossola e dei Bernaschi. Racconta la storia di un paese, il nostro, piegato dalla crisi e finito dal colpo di grazia, irrisorio e sadico, di una classe dirigente egoista, malata di guadagno e speculazione.

La trama in sé passa in realtà in secondo piano, una volta che si capisce la grande metafora che vi sta dietro. In sostanza: Dino sta con Paola. Paola è incinta. Serena è figlia di Dino, sta con Massimiliano. Massimiliano è figlio di Giovanni e Carla. Giovanni è ricco, potente e stronzo. Carla è depressa. Carla tradisce Giovanni . Serena e Massimiliano si lasciano. Luca è depresso. Serena si mette con Luca.

Le note di vita che riecheggiano nel film,  a cavallo tra l’Italia borghese e quella in miseria, sono le stesse di una qualche soap opera di serie b. Ma i personaggi, forse eccessivamente caricaturati, raccontano la quotidianità di un paese in declino. Fabrizio Gifuni interpreta l’instancabile e avido imprenditore, Valeria Bruni Tedeschi è una donna sottomessa e debole, vittima delle proprie rinunce. Infine, un eccellente Fabrizio Bentivoglio è l’italiano medio stereotipato: ambizioso e velleitario, ipocrita, mediocre.

Paolo Virzì, sulla scia del romanzo omonimo  di Stephen Amidon, proietta luci e ombre in un film ben pensato e strutturato, semplice nel disegno, profondo nei toni, elegante nei colori. Affresca un’Italia contemporanea desolante, costellata da meschini, arrivisti e, nel migliore delle ipotesi, rassegnati, in cui i ricchi vincono sempre e comunque: al gioco, in borsa e nella vita.

Si è ossessionati dai soldi, e l’economia diviene l’unica chiave di lettura del mondo, coerente alle farneticazioni di un qualche vecchio pazzoide tedesco di nome Carlo. Si finisce per capitalizzare tutto, i sentimenti hanno prezzi di listino e i rapporti umani appaiono idealmente come strisce numeriche, le persone si riducono a entità dotate di codici a barra. Si erge così, maestoso e triste al contempo, un capitale diverso, che qualche coraggioso neologista ha definito “umano”. Un insieme di sentimenti, valori, emozioni e legami investibile e quotabile come nella normale borsa economica. Ma soprattutto speculabile, soppesato sul tavolo del poker con un ghigno, mentre ci si arrischia a mormorare “all in”, col cuore pulsante di ansia da gioco.

Avete scommesso sulla rovina di questo paese, e avete vinto”. Le profetiche parole di Valeria Bruni, alias Carla, concludono una pellicola cruda e amara, che ci fa odiare quello a cui ci hanno ridotto e ci lascia, tuttavia, una punta di speranza. Serena e Luca non sembrano affetti dalla protervia finanziaria dell’Italia in crisi. A costo di essere tacciato di neo-romanticismo:  io, nei due giovani innamorati, ho intravisto un silenzioso passaggio di testimone.

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