Nicola Gratteri nasce e cresce a Gerace, borgata medioevale della Locride, considerata tra le più belle d’Italia. La sua famiglia è semplice: papà ha la quinta elementare, mamma la seconda; lo crescono ai valori dell’onestà e del disprezzo per lo “Stato Alternativo”, un morbo che dilania una terra arida ma bellissima come la Calabria: l’Ndrangheta. Cresce in fretta distinguendosi da molti degli altri bambini del paese: alcuni suoi coetanei li rincontrerà, molti anni dopo, nelle aule di un tribunale. Gratteri coltiva un amore indicibile per la sua terra e una sete di giustizia tale da spingerlo a divenire magistrato, per combattere quello stesso male che lo ha circondato fin dal suo primo respiro. E’ diventato un magistrato per combattere la mafia.

Oggi Gratteri è Procuratore aggiunto della Repubblica presso il Tribunale di Reggio Calabria. Vive sotto scorta da anni e ha scritto diversi libri, sul fenomeno mafia, con il giornalista e scrittore Antonio Nicaso. L’ultimo si chiama “Acqua santissima” e affronta lo spinoso problema della collusione tra clero e criminalità organizzata: un connubio paradossale, che esemplifica bene la forza di radicamento dell’Ndrangheta. Venerdì sera Gratteri è stato ospite della Libreria Ubik di Parma, intervistato dal giornalista di Rai 3 Luca Ponzi. Ha presentato il suo libro ad un pubblico attonito e pregno di silenzioso rispetto. Non perde tempo, il magistrato, si siede e comincia a parlare, riversando un fiume di parole nel bacino della piccola saletta.

Dove sta l’importanza di scrivere sulla mafia? “Il problema di fondo, oggi, è culturale. Le lacune giuridiche sono marginali: il codice penale andrebbe modificato, certo, e anche ampiamente. Ma queste pratiche non richiederebbero più di qualche mese, se ce ne fosse davvero la volontà politica. Il vero problema è la cultura, l’educazione dei ragazzi che non è in grado di fornirgli un modello vincente alternativo a cui aspirare. Tutto si risolve sul modello economico, dove chi ha soldi è grande. Chi invece si nutre di cultura, di sentimenti, di valori è uno “sfigato”. Così, un insegnante agli occhi di molti ragazzi è un fallito, uno che non ha capito niente della vita: ha rinunciato al luccichio del denaro per qualcosa di insensato come un’istruzione o degli ideali in cui credere. Gli studenti, di conseguenza, non danno importanza alle parole del proprio interlocutore. Questo rende difficile il progetto educativo che sta dietro alla scuola, che ormai non è più capace di plasmare le coscienze dei giovani e inculcare un determinato modello pedagogico. La vera scuola è diventata la strada, la famiglia, gli amici: chi frequenti, chi ti cresce e dove cresci determinano chi sei. Io stesso, se fossi nato in un’altra famiglia o in un altro paese, probabilmente oggi sarei un capo mafia. I libri che scrivo vogliono affiancare la scuola nella missione di informare, istruire. Soprattutto, io e Nicaso vogliamo inserire nella testa delle persone il fastidioso tarlo del pensare, del riflettere, che può portare, e noi ce lo auguriamo, ad un agire concreto, mirato a cambiare davvero le cose.”

Venendo al cuore del libro, com’è il rapporto tra la Mafia e la Chiesa, oggi? “La Mafia è potere. La Chiesa è potere. L’equazione che ne deriva parla da sola. Se un capo mafia stringe amicizia con un parroco, un vescovo o un qualsiasi esponente del clero, sta esternando la sua potenza, sta estendendo il suo consenso. Perché è su questo che si basa la Mafia: sul consenso. Sembra difficile da credere, ma come tutti i nuclei forti essa fa quel che fa perché ha una legittimazione dal basso: le è permesso agire così perché gode del favore del popolo. Un popolo vessato, povero, spesso non istruito, e, per gran parte della storia del nostro paese, abbandonato dallo Stato. La Mafia ha così potuto sostituirsi, al Sud, alla sfera temporale e scendere a patti con quella religiosa. Nel momento in cui il sindaco di un paese non è in grado di dar lavoro ai suoi cittadini, e la mafia invece sì, che so facendo aggiustare un marciapiede, alle elezioni le 5 famiglie dei muratori ingaggiati si ricorderanno di questo gesto e voteranno il candidato favorito al clan, e così faranno tutti quelli che hanno visto e saputo, ora più consapevoli che lo Stato, rappresentato dal sindaco, non dà lavoro, la Mafia invece sì. Tornando alla Chiesa, questo libro non vuole costituirne un’aggressione, bensì un atto d’amore. Sono molti gli uomini e le donne di Chiesa che stanno facendo tanto: combattono, lottano, soffrono, muoiono per avversare la Mafia. Don Ciotti, Don Puglisi, Don Panizza e tanti altri. Ma purtroppo ce ne sono anche molti che invece si colludono a questo male, soprattutto le cariche alte: i vescovi ci vanno a cena con i capi mafia, vanno alle loro feste, frequentano i loro amici, e non certo per convertirli, come alcuni sostengono in propria difesa. La Chiesa deve scuotere la sua coperta di consenso dagli acari della criminalità e del favoritismo, dalle brame di potenza di alcuni suoi vertici. E ora, con il pontificato di Francesco, credo che qualcosa stia iniziando a muoversi.”

E la politica? Cosa può fare, per estirpare il parassita della criminalità organizzata? “Ci sono molte cose da fare, innanzitutto modificare il codice di procedura penale, cosa che velocizzerebbe i processi e impedirebbe agli avvocati di fare ricorso in cassazione. Poi bisognerebbe modificare il codice penale stesso, per far sì che i mafiosi ci vadano davvero in prigione, e ci restino per la durata della pena inizialmente prescritta. Oggi invece, con mille cavilli, la pena viene ridotta a un niente. Cosa sono 5 anni di carcere davanti alla prospettiva di essere “l’uomo del monte”? Gli ‘Ndranghetisti non hanno paura di finire in prigione perché sanno che ci resteranno ben poco. Ad aggravare la situazione ci mancava solo il recente decreto legge che riduce ulteriormente la pena ai condannati per associazione a delinquere di stampo mafioso. Non a caso è stata denominata “svuotacarceri”. E poi c’è il 41BIS: non funziona, non come dovrebbe almeno. Non abbiamo le strutture per farlo funzionare bene. Per risolvere il problema del sovraffollamento delle carceri l’Italia dovrebbe stipulare accordi bilaterali con i paesi di provenienza degli immigrati, e far sì che scontino la pena nello stato d’origine. Poi, si dovrebbero parificare i reati di associazione mafiosa e spaccio e traffico di droga: allora sì che gli imputati starebbero in prigione per la durata prevista. Insomma sono diversi i modi in cui la politica potrebbe e dovrebbe agire. Manca la volontà però. Manca il coraggio, il desiderio di liberarsi davvero di questo morbo che ci avvelena lentamente. Esiste un fronte antimafia piuttosto compatto, certo, ma l’antimafia parolaia non serve a nessuno. Il divario tra il dire e il fare, oggi, è troppo vasto.”

Ad una domanda del pubblico, Gratteri aggiunge: “Noi calabresi siamo riservati, spesso appariamo schivi e poco aperti al dialogo e al confronto. Ma questo è perché siamo un popolo che ha sofferto molto, e soffre tutt’ora. Con le grandi ondate di migrazioni, dopo la guerra, il fenomeno mafia si è sparso come sabbia al vento, in tutto il mondo. Ma non vittimizzatevi: se questo morbo ha infettato anche le vostre terre, è perché qualcuno gli ha aperto le porte. Ai grandi e ricchi industriali del nord fa comodo stringere accordi con la mafia, coi potenti: ormai, si sono tutti confusi in un quadro dove non si distinguono più buoni e cattivi. Oggi l’Ndrangheta è l’associazione mafiosa più pericolosa del mondo, con un fatturato di circa 53 miliardi di euro e il monopolio quasi totale sul narcotraffico tra Italia e Sudamerica. Questa è una grave macchia sulla coscienza di noi calabresi, ma è per questo che ci sono anche molti di noi che danno la vita per combattere e sconfiggere la mafia. Ed è per questo che continuo a fare il mio lavoro, e a scrivere libri.”

Inutile descrivere la presa di queste parole sul pubblico, rapito e amareggiato, ma anche confortato dalla consapevolezza che ci sono persone come questo magistrato. Standing ovation di applausi.

Grazie, dottor Gratteri. 

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